La mano pubblica sulle imprese italiane per sostenere la ripresa

La mano pubblica sulle imprese italiane per sostenere la ripresa

di Laura Magna

Ci sono due articoli del Decreto Rilancio, il 26 e il 27, che disciplinano una forma di intervento diretto nel capitale delle aziende italiane: il Mef diventa azionista di minoranza e temporaneamente, per sostenere la ripresa. Ecco per chi e come sono pensate le misure del Decreto Rilancio e del suo potenziale – più o meno spinto – di aiutare le attività a ripartire.

Ma se l’attenzione si è focalizzata su bonus e contributi a fondo perduto, su sconti relativi ad affitti e bollette dell’energia, ci sono due misure in particolare che dovrebbero attrarre l’attenzione. E sono quelle contenute negli articoli 26 e 27, che stabiliscono l’istituzione di due Fondi di investimento, uno di debito dedicato alle piccole imprese e uno di capitale pensato alle aziende di media e grande dimensione che portano lo Stato a diventare azionista delle stesse.

Ci astraiamo da qualsiasi giudizio sulle possibili conseguenze di questa decisione e ci limitiamo a osservare che l’intervento dello Stato è comunque temporaneo e finalizzato al sostegno dell’attività, ma di certo si tratta di una misura forte. In questo contesto ne vogliamo analizzare le tecnicalità con l’aiuto di Marcello Romano, co-managing partner di Pirola Pennuto Zei & Associati, studio di consulenza legale e tributaria con operazioni in tutt’Europa.

Partiamo dalle definizioni. Il Fondo Patrimonio, istituto dall’articolo 26 del Decreto 34/2020 stanzia fino a 4 miliardi per le attività produttive, a esclusione di banche e altre imprese finanziarie, fino a 50 milioni di fatturato.

Il secondo, Patrimonio Rilancio, è istituito dall’art successivo, il 27 e ha una dimensione molto più ampia: 44 miliardi a beneficio delle imprese con ricavi sopra ai 50 milioni, sempre escludendo banche e finanza.

In entrambi i casi il capitale viene conferito dal Tesoro e la gestione è di Invitalia per le pmi e di Cdp per le grandi imprese.

Tutto è ancora subordinato alle specifiche di alcuni decreti attuativi che potrebbero svelare i passaggi che restano ancora oscuri e soprattutto all’autorizzazione della Ue, necessaria perché le previsioni potrebbero configurarsi come aiuti di Stato.

Fondo Patrimonio Pmi, le caratteristiche delle pmi che possono accedervi

«Il Fondo patrimonio opererà sulla base di un decreto attuativo di prossima emanazione - dice Romano a My Business Lab - Ma l’avvio è subordinato anche, secondo il comma 3 al benestare della Commissione europea, in quanto parliamo di previsioni in odore di aiuti di Stato. Siamo dunque ancora in una fase di sospensione ma possiamo esaminare il funzionamento e le condizioni delle due misure per quanto scritto nel Decreto».

Innanzitutto il Fondo patrimoniale ha una dotazione per il 2020 di 4 miliardi, come limite massimo erogabile ed entro questo limite ha la finalità di sottoscrivere entro il 31 dicembre 2020 obbligazioni o titoli di debito di nuova emissione da parte delle società.

«Il supporto va a tutte le società di capitali con qualsiasi forma giuridica: tuttavia i criteri per potere accedere al beneficio sono abbastanza rigidi», dice l’esperto che elenca le metriche che le aziende devono rispettare per poter accedere al fondo di debito.

Innanzitutto il fatturato (voce A1 del conto economico) deve essere compreso tra 10 e 50 milioni e un numero di dipendenti non superiore a 250.

«Questi criteri sembrano abbracciare un vasto numero di società di medie dimensioni: però, se queste società fanno parte di un gruppo, la platea di soggetti interessati si riduce notevolmente perché si fa riferimento ai ricavi su base consolidata, al più elevato grado di consolidamento, senza tener conto dei ricavi infragruppo.

Questo restringe volutamente il campo dei potenziali beneficiari (perché i soldi non vadano sempre ai soliti nomi, che già, a partire da Fca si sono messi in fila per i prestiti garantiti del Decreto Liquidità, ndr)». Ma non basta. Le aziende devono aver avuto una riduzione dei ricavi almeno pari al 33% nei mesi marzo aprile 2020 su marzo aprile 2019 e devono aver deliberato un aumento di capitale pari ad almeno 250mila euro, già eseguito ed integralmente versato, tra la data di entrata in vigore del decreto, che è il 20 maggio, fino al 31 dicembre 2020. «È una ipotesi molto sensata che tende a sovvenzionare le aziende i cui soci o azionisti siano disposti a impegnarsi anche finanziariamente».

Oltre alle caratteristiche indicate, le imprese beneficiare devono dimostrare di essere virtuose: aver pagato tutti i contributi e le imposte, non presentare crisi strutturali economiche e finanziarie con riferimento a previsioni di regolamenti specifici, quali i Regolamenti Ue 651/2014, 702/2014 e 1388/2014. Devono risultare in regola con le norme edilizie, urbanistiche, con le norme sul lavoro, con quelle relative alla salvaguardia dell’ambiente. Aver integralmente rimborsato eventuali finanziamenti pubblici ricevuti e gli amministratori e i soci non devono aver subìto delle condanne definitive per reati commessi in violazione delle norme per la repressione dell’evasione fiscale.

Cosa ottiene la pmi e quali impegni deve assumere

Quanto debito della singola azienda può essere sottoscritto dal Mef? «Va fatta una distinzione tra le società che non hanno mai ricevuto finanziamenti garantiti dallo Stato e le altre.

Le prime hanno accesso a un quantum pari al minore tra due parametri: o tre volte l’aumento di capitale effettuato, oppure il 12,5% dei ricavi 2019. Le seconde, ovvero le aziende che hanno avuto già ricevuto aiuti sotto forma di garanzia su prestiti o di interessi agevolati su prestiti devono fare un esercizio leggermente più complesso: possono chiedere un ammontare complessivo di aiuti che non sia superiore al maggiore tra tre parametri: il 25% dei ricavi 2019, il doppio dei costi del personale della società nel 2019 (alla voce B9 del conto economico) oppure il fabbisogno di liquidità per i 18 mesi successivi alle misure di concessione di aiuti autocertificato dal legale rappresentante. Il maggiore di questi tre valori è il tetto massimo di aiuti complessivamente ottenibili a vario titolo».

Per ottenere i finanziamenti, le società devono assumersi alcuni impegni: non deve essere deliberata la distribuzione di dividendi, né si possono acquistare azioni proprie o procedere al rimborso dei finanziamenti concessi da azionisti e soci fino a integrale rimborso degli strumenti finanziari. Si devono, quindi, sospendere tutte le forme di rimborso di finanziamento o cash flow in uscita verso i soci e la ratio è chiara: nessuno finanzia una società per pagare i soci, tantomeno lo Stato.

C’è poi un concetto legato all’impegno sul territorio: la società deve destinare il finanziamento ricevuto a spese per il personale o al capitale circolante, o a investimenti su stabilimenti produttivi o attività imprenditoriali localizzate in Italia. Infine, il terzo impegno è quello di fornire un rendiconto periodico a Invitalia su come viene impiegata la liquidità del finanziamento sovvenzionato, rendiconti i cui contenuti, cadenza e modalità sono ancora da definire.

Come pure il tasso di interesse: ed è un tema non banale, «perché non conoscere il costo dei finanziamenti può rappresentare un ostacolo all’accesso degli stessi».

Patrimonio Rilancio per le imprese con più di 50 milioni di fatturato

L’articolo 27 del decreto disciplina invece Patrimonio Rilancio, un patrimonio “destinato” che potrà essere costituito da Cdp al fine di attuare interventi e operazioni di sostegno e rilancio del sistema economico-produttivo.

Il patrimonio può essere usato per due scopi: per l’emissione di convertibili o acquisto di titoli nel caso di società quotate e per partecipazioni di minoranza temporanee che hanno lo scopo di offrire supporto patrimoniale e finanziario e non di ingerenza nella governance.

La durata del Patrimonio destinato è di 12 anni dalla sua costituzione, e potrà essere estesa o anticipata con delibera del Consiglio di Amministrazione di Cdp su richiesta del Mef. «La menzione dei prestiti obbligazionari convertibili segnala che è preferita una partecipazione in qualità di socio-investitore attuale o potenziale e che in via residuale, non vietata, la sottoscrizione di titoli obbligazionari tout court», secondo Romano.

Patrimonio Rilancio è dunque un fondo di investimento, rispetto al quale Cdp ha il ruolo di gestore professionale delle risorse (pubbliche e quindi regolate da un successivo provvedimento attuativo che dovrà essere emanato entro 30 giorni dal Mef) ed è completamente separato rispetto a Cdp che è alimentata dal risparmio postale e segue logiche molto diverse e prudenziali: questo fondo invece può usare leva finanziaria per compiere investimenti.

«Gli interventi del Patrimonio Destinato, che per il 2020 ha un valore di 44 miliardi, hanno a oggetto società per azioni, anche con azioni quotate nei mercati regolamentati, comprese quelle costituite in forma cooperativa che hanno sede legale in Italia; non operano nel settore bancario, finanziario o assicurativo; presentano un fatturato annuo superiore a 50 milioni di euro (voce A1 del conto economico)», spiega ancora Romano. Requisiti di accesso, condizioni, criteri e modalità degli interventi del Patrimonio Destinato sono definiti con decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze sentito il Ministero dello Sviluppo Economico.

Anche Patrimonio Rilancio opera nelle forme e alle condizioni previste dal quadro normativo dell’Unione Europea sugli aiuti di Stato e «qualora necessario, gli interventi sono subordinati all’approvazione della Commissione Europea ai sensi dell’art 108 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, ovvero a condizioni di mercato.

L’operatività in tal caso è precisata nel Decreto Ministero dell’Economia e delle Finanze e nel Regolamento del Patrimonio Destinato da emanarsi. Per entrambe le tipologie di operatività il Decreto terrà in considerazione l’incidenza dell’impresa con riferimento a sviluppo tecnologico alle infrastrutture critiche e strategiche, alle filiere produttive strategiche a sostenibilità ambientale. Possono essere effettuati interventi relativi a operazioni di ristrutturazione di società che, nonostante temporanei squilibri patrimoniali o finanziari siano caratterizzate da adeguate prospettive di redditività», conclude l’esperto.

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