L’economia del futuro? Deve essere sostenibile. Ecco perché sempre più aziende scelgono di aderire ai criteri Environmental, social e di governance (ESG)

L’economia del futuro? Deve essere sostenibile. Ecco perché sempre più aziende scelgono di aderire ai criteri Environmental, social e di governance (ESG)

di Laura Magna

Il 2 dicembre del 2001, Enron, colosso dell’energia e del trading delle commodity, 20mila dipendenti e 101 miliardi di dollari di fatturato, annuncia il crack, causato da una colossale truffa contabile durata anni e scoperta due mesi prima dalla Sec. Un caso in cui non esisteva alcun modello di controllo del "buon governo" della società.

Agosto 2011: Inditex, il gigante spagnolo del fast fashion vede per la prima volta il suo nome legato a un problema di sfruttamento del lavoro, in Brasile. La causa è un subappalto non autorizzato, si difende il fondatore Amancio Ortega, promettendo di intensificare i controlli. Ma nel 2015 scoppia un nuovo scandalo in tutto simile al primo, mentre l’attivista pachistano Ehsan Ullah Khan accusa: "il cento per cento della produzione di Zara in Asia è lavoro infantile”. Fino al novembre 2017, quando in alcuni negozi di Istanbul nelle tasche di alcuni capi i clienti trovano biglietti firmati dai lavoratori che quei capi li hanno cuciti e non sono stati pagati. Parliamo di uno dei più clamorosi casi di successo aziendale, eppure quella macchia dovuta alla mancanza di controllo sulla filiera dei fornitori resta indelebile e ha un costo importante.

Il 18 settembre del 2015 l'Epa, l’Agenzia statunitense per la protezione ambientale, comunica che il produttore di auto tedesco Volkswagen ha manipolato i dati sulle emissioni (di 11 milioni di veicoli, si accerterà successivamente) attraverso un software installato a bordo per aggirare le normative ambientali. Dimissioni, arresti, crollo del titolo in Borsa e una perdita complessiva stimata in circa 20 miliardi di dollari, tra calo delle vendite e spese legali e di ristoro.

L’economia del futuro? Deve essere sostenibile. Ecco perché sempre più aziende scelgono di aderire ai criteri Environmental, social e di governance (ESG)

Sono solo tre storie, peraltro particolarmente estreme, tra le molte che potrebbero essere raccontate, di aziende travolte da scandali legati a una gestione scorretta (o alla mancata gestione) dei fattori ESG, di responsabilità sociale, ambientale o di governance. Che sono un valore, con riflessi tangibili in termini di bilancio: non è un caso che oggi tutte (o quasi) le aziende si fregino di essere “responsabili” e sempre più spesso compilino un bilancio integrato in cui si fa il computo dei cosiddetti “intangibili”, che hanno una valutazione e generano guadagni o perdite. E si dotano di sistemi di gestione del rischio sempre più complessi.

L’attenzione a non perdere la reputazione è in cima alle agende di tutti i manager: anche perché, secondo le stime contenute nel rapporto Aon 2017, per esempio, i danni di immagine possono far perdere almeno il 20% del proprio valore alle imprese quotate.

Inoltre, l’ultimo Osservatorio sul risk management, condotto da Mediobanca per il Cineas, ha calcolato che le imprese dotate di un sistema strutturato di risk management registrano oltre un terzo di ritorni in più (+34% Return on Investment – ROI e +39% di Return on Equity – ROE).

Non sempre il committment ESG è autentico: alcune società hanno risposto in modo opportunistico alla chiamata alla responsabilità dando vita a un fenomeno che prende il nome di greenwashing, e che consiste nella comunicazione di alcune imprese finalizzata a costruire un’immagine di sé ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale.

D’altronde l’etichetta ESG consente di entrare più facilmente anche nei portafogli di investimento: secondo la società di analisi Nuveen, le gestioni “responsabili” sono cresciute del 40% dal 2016 al 2018, arrivando a una quota di 12 trilioni di dollari . Merito soprattutto della domanda dei Millennial: il 93% dei nati tra il 1980 e il 2000 desidera infatti imprimere un impatto positivo su ambiente e società, investendo i propri soldi in aziende che abbiano questa sensibilità. E dunque, secondo un recente studio di Morgan Stanley, il 70% dei gestori ha già implementato strategie sostenibili all’interno dei propri fondi e il 49% di essi lo ha fatto su tutto il portafoglio.

L’economia del futuro? Deve essere sostenibile. Ecco perché sempre più aziende scelgono di aderire ai criteri Environmental, social e di governance (ESG)

I fondi ESG danno la possibilità di indirizzare i propri risparmi verso un’economia sostenibile: che rispetta l’ambiente, i diritti dei lavoratori, la società: si cerca di dare, insomma, un futuro al nostro Pianeta

dice Luca Mattiazzi, Direttore Generale Etica Sgr, boutique finanziaria che è una vera pioniera in Italia nel settore Esg avendo iniziato a percorrerne il sentiero fin dall’anno 2000, esercitando fin da principio l’azionariato attivo, quando il tema era tutt’altro che una moda e interesse solo di una nicchia di investitori e aziende. I gestori di fondi infatti non si limitano più a distinguere le aziende tra “buone” e “cattive” ma esercitano il diritto di voto in assemblea come azionisti di minoranza e cercano di condizionare positivamente il comportamento del management. Continua Mattiazzi

Le società in cui investono i fondi di Etica Sgr presentano emissioni medie di CO2 inferiori del 70%, le società che hanno definito obiettivi di riduzione delle emissioni sono il 49% in più rispetto al mercato, le aziende in cui investono i fondi hanno creato in media 1.689 posti di lavoro (+202% rispetto al mercato).

E questo impatto positivo sul mondo che è la conseguenza collaterale degli investimenti “buoni” ha effetti anche in termini di performance: secondo una ricerca di Banor Sim e School of Management del Politecnico di Milano, sulla relazione tra la performance dei titoli dell’indice Stoxx Europe 600 e il rating Esg dal 2012 al 2017: “le aziende con alto rating ESG sono anche le più efficienti nell’aumentare i volumi di fatturato e nel migliorare la marginalità operativa”, un trend che si traduce in una performance complessiva di rendimento di circa il 16% superiore (e volatilità simile) rispetto alle società meno virtuose. Più in dettaglio, la ricerca dimostra che i titoli caratterizzati dal punteggio ESG più elevato hanno registrato nel periodo 2012-2017 una performance cumulata dell’86,1 (13,2% annualizzata) contro il 70,9% (11,3%) cumulato per i portafogli a basso contenuto di ESG. Per quanto riguarda invece la volatilità del rendimento, non si riscontrano differenze significative: in entrambi i casi la deviazione standard annuale della performance è di poco superiore all’11%.

Insomma: l’economia sostenibile consente di guadagnare, stare al riparo dalle turbolenze del mercato e fare del mondo un posto migliore.

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