Fase due: come si è preparata l’industria per riaprire (e quali saranno i cambiamenti strutturali necessari)

Fase due: come si è preparata l’industria per riaprire (e quali saranno i cambiamenti strutturali necessari)

di Laura Magna

Fase due: le pmi ripartono. Ma possono farlo così riprendendo da dove avevano lasciato? No, non possono. E non solo per le regole stringenti in termini di distanziamento sociale che restano in vigore, ma anche perché per riuscire a produrre fatturato nel mondo nuovo che il Coronavirus inevitabilmente ci ha regalato, ci vogliono modelli nuovi. MyBusinessLab ne ha parlato con Pierluigi Serlenga, Partner di Bain & Company.

Allora, le fabbriche hanno riaperto i propri cancelli. I lavoratori sono al sicuro?

Per ripartire questa è la prima cosa che hanno dovuto fare gli imprenditori: garantire la sicurezza dei lavoratori. In queste settimane le imprese hanno dovuto sostenere tutti i costi necessari per adeguare gli ambienti chiusi a diventare luoghi dove la trasmissione del virus sia impossibile. Un enunciato che sembra banale ma che porta con sé implicazioni importanti in termini di organizzazione del lavoro e strumenti tecnologici che banali non sono.

Presidi per la sanificazione, mascherine, guanti, norme di comportamento nuove e riorganizzazione degli spazi in modo che sia garantita la distanza necessaria, adozioni di strumenti per il tracciamento che nel contempo preservino la privacy e dotazione anche di test sierologici per tutti i dipendenti. Le sale riunioni sono state ove possibile riconvertite in uffici e il personale in funzioni di supporto che possono essere svolte da remoto è stato lasciato a fare smart working.

Pierluigi Serlenga, Partner di Bain & Company
Pierluigi Serlenga, Partner di Bain & Company

Lo smart working è diventata all’improvviso una cosa normale, dopo quaranta anni di battaglia sociale per renderlo possibile e una resistenza feroce da parte dei dirigenti di azienda…

Questo è proprio il trend centrale della trasformazione che le pmi stanno attraversando: l'accelerazione della digitalizzazione in risposta alle esigenze di sicurezza di clienti, dipendenti e stakeholder. Quindi, da un lato si sta imparando a lavorare da remoto, in modo più agile e flessibile, dall’altro emergono sacche di inefficienza che vanno tagliate per sopravvivere in modo sostenibile. La digitalizzazione non riguarderà solo il lavoro, ma sarà un elemento pervasivo in tutta l’organizzazione, capace di garantire la business continuity delle funzioni aziendali collaterali e di quelle core.

Assisteremo a un aumento esponenziale dell’impiego della robotica e anche alla nascita di nuove frontiere di sviluppo del prodotto, la commercializzazione non sempre avverrà con la logica del touch and feel ma attraverso la gestione da remoto e con la resa digitale che in tanti settori – aerospazio, difesa, tecnologia, meccanica di precisione – è già normale. Aziende come quelle italiane che sono abituate a pensare l’ingegneria industriale in modo innovativo sfruttando tecnologia e innovazione possano fare la loro parte da protagoniste in questo contesto.

La digitalizzazione ha impatti che vanno ben oltre l’organizzazione del lavoro. Quali?

Sono quattro gli elementi che la digitalizzazione cambierà: cambierà innanzitutto la produzione, con linee sempre più automatizzate e dunque a maggior efficienza operativa grazie alla riduzione dalla dipendenza dal lavoro umano e l’impatto di eventuali carenze di manodopera. Ancora, sul fronte commerciale, lo sviluppo di sistemi di e-commerce e marketing digitale consentirà di raggiungere in modo efficiente e completo le reti di clienti; sull’assistenza clienti, si potrà lavorare a soluzioni di assistenza predittiva e di supporto remoto basate sulla realtà aumentata migliorerà l’efficienza del servizio e la soddisfazione del cliente. Si potrà controllare meglio la supply chain, grazie a control towers digitali che garantiranno la visibilità end-to-end sulla rete dei fornitori e la piena tracciabilità di prodotti e materiali.

In effetti la rottura della supply chain è stato il primo elemento di disfunzione per le aziende italiane, che si sono trovate a corto di componenti per continuare a lavorare, fin quando il lockdown è stato proclamato solo localmente in Cina.

Gestire la supply chain da un lato vuol dire proteggerla e dall’altro aiutarla a svilupparsi con percorsi di consolidamento o rinnovando iniziative o strumenti come il credito di filiera, che consente a tutte le imprese della filiera di godere dello stesso merito di credito del capofiliera. I governi stanno comprendendo che la globalizzazione non può ridurre l’importanza di avere capacità produttive territoriali. Ci sarà una forte spinta a duplicare la capacità produttiva su alcune tecnologie e a preservare un certo tipo di indipendenza industriale.

L’Italia, come noto, è fatta di un tessuto di aziende piccole e medie che costituiscono eccellenze tecnologiche in campo internazionale e che fanno parte ciascuna di una filiera strategica: costruzione, meccanica, automotive. Oggi sono tutte sottoposte a livelli di stress mostruosi ma questo momento rappresenta anche una opportunità di consolidamento di queste filiere. Perché la dimensione di questi player non è sostenibile strutturalmente: allora nel breve sono necessari sostegni perché tutti sopravvivano, ma nel medio termine vanno immaginate forme di partecipazione e alleanza, per metterci al pari di economie avanzate come la Francia e la Germania. Entrambi Paesi con i quali abbiamo una forte interconnessione: nel caso della Germania come cliente e fornitore, nel caso della Francia più alla pari in quanto partner in alleanze strategiche in molti settori.

Dal punto di vista strategico e competitivo questo momento di crisi farà emergere opportunità di alleanza e acquisizioni anche cross border. È importante che le aziende siano pronte a sfruttare queste opportunità di consolidamento verticale e orizzontale generate dalla crisi.

Anche perché una contrazione dei fatturati è inevitabile e l’unione, in questo frangente, può fare la forza.

Certamente. I settori Business-To-Consumer subiranno il maggior calo di domanda nel breve termine in quanto più elastici alle fluttuazioni macroeconomiche di breve termine e alle implicazioni psicologiche della diffusione del virus sui consumatori, in termini di senso di incertezza. Le prospettive di una possibile recessione e il rischio della Cassa Integrazione per i dipendenti nei settori maggiormente colpiti impattano negativamente la propensione delle famiglie all’acquisto di beni di consumo durevoli. Parallelamente, il traffico aereo nazionale e internazionale ha subìto un significativo rallentamento, con impatti negativi su tutta la filiera. I settori Business-To-Business, come la produzione di macchinari e di attrezzature, subiranno invece un impatto relativamente minore sulla domanda a breve termine in quanto i cicli di investimento e le decisioni di acquisto rappresentano variabili meno elastiche. Uno dei potenziali effetti a breve termine è legato ai ritardi e alle cancellazioni degli ordini di acquisto da parte dei player dei settori che subiscono le maggiori perdite. Il settore aerospaziale e della difesa, ad esempio, potrebbe subire una diminuzione degli ordini di acquisto di velivoli commerciali, nonché ritardi e cancellazioni di ordini precedenti.

Come se ne esce? Qual è il ruolo della politica?

È innanzitutto necessario stimare la velocità di uscita. Ciò che accadrà fino a giugno è cruciale e in questi mesi si chiarirà anche la portata dell’intervento pubblico sulla liquidità da un lato e soprattutto la condivisione dell’agenda europea, che è altrettanto determinate per orientare a ripresa. L’industria è un insieme eterogeneo di comparti molto diversi tra di loro, ma praticamente tutti, dall’aerospazio, all’automotive, alle costruzioni, alle infrastrutture e ai trasporti, alla meccanica, a elevato contenuto specialistico e fortemente interconnessi sui mercati internazionali.

C’è dunque la necessità di una cabina di regia che gestisca queste problematiche sia a livello nazionale (attraverso interventi mirati sui settori, inclusi i distretti regionali) che livello europeo: e questo vale anche per i sistemi di incentivazione finanza agevolata, ricerca e innovazione, strumenti mirati che è molto importante che vadano ad aziende che hanno volano importante, perché il moltiplicatore sia il più elevato possibile.

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