Il telelavoro ha vinto nei fatti: intervista al sociologo Domenico De Masi

Il telelavoro ha vinto nei fatti: intervista al sociologo Domenico De Masi

di Laura Magna

Io la chiamo sindrome di Clinton. Se si vuole che il proprio stagista sia a portata di mano, nella stanza affianco, questo spesso ha poco a che fare con questioni di lavoro e molto con ragioni che attengono alla sfera erotica o, se si preferisce, del controllo. Non ne parla nessuno perché quelli che dovrebbero sistematizzare le caratteristiche di questa sindrome ne sono affetti.

A dirlo a My Business Lab è Domenico De Masi, il sociologo del lavoro più famoso d’Italia, professore emerito alla Sapienza ed ex preside della facoltà di scienze della comunicazione; un vero pioniere del “telelavoro”.

Professore De Masi, negli anni ‘70 l’urbanista Melvin Webber prevedeva che le nuove tecnologie, per la prima volta nella storia, ci avrebbero permesso di lavorare e studiare ovunque, anche “dalla cima di una montagna”. Lei lo aveva previsto probabilmente anche prima…

C’era il telefono ed ero convinto che di lì a poco il lavoro da remoto si sarebbe affermato. Conservo ancora il depliant di un seminario che abbiamo organizzato nel 1969 per l’Ifap: il titolo era proprio “telelavoro”, allora solo una teoria che si scontrò con tecnologie insufficienti. Telefonare con il doppino di rame era troppo costoso, come dimostrò la Ericsson che voleva applicare questa modalità nella sua sede di Napoli, dove ogni giorni i dipendenti arrivavano da Caserta. Poi però è arrivato Internet, i super pc e il ritardo nell'applicazione del telelavoro non ha più avuto alibi: oggi dipende soprattutto da ragioni culturali. O meglio, da ignoranza.

Domenico De Masu
Wikipedia

Nel tentativo di superare queste barriere culturali, a un certo punto lei fondò la Sit, la Società italiana per il telelavoro, per fare attività di lobbying. Cambiò qualcosa?

L’obiettivo era duplice: da un lato indurre le aziende a usare il telelavoro spiegandoglielo attraverso incontri e seminari e dall’altro spingere il governo a fare leggi per renderne più agevole l’applicazione pratica.

E forse anche grazie a questo lavoro, i primi esperimenti di smart working in casa nostra datano agli anni ’80…

Alcuni furono fallimentari, come quello della Telecom che, seguendo il piano della Sit e il prontuario della Cgil che si basava su quello, lo introdusse per il 12, il vecchio servizio informazioni, probabilmente la funzione meno telelavorabile di tutte e ovviamente ne decretò il fallimento. Altri, di grande successo e avveniristici in un contesto almeno europeo, come quello che portò prima alla completa digitalizzazione dell’Inps a fine degli anni ’80, sotto la guida del direttore Gianni Billia, ingegnere laureato al politecnico di Torino, con un curriculum denso di titoli accademici ed incarichi manageriali. E poi al collocamento in telelavoro di 3mila ispettori, a cui fu fornito da Ibm un portatile costruito ad hoc, quando i portatili non esistevano. In questo modo evitava agli ispettori di andare a inizio e a fine giornata in ufficio per raccogliere prime gli incarichi e poi portare i risultati delle ispezioni.

Una normativa organica è arrivata invece nel 2017. Parliamo della Legge n. 81/2017 che pone l'accento sulla flessibilità organizzativa, sulla volontarietà delle parti che sottoscrivono l'accordo individuale e sull'utilizzo di strumentazioni che consentano di lavorare da remoto (come ad esempio: pc portatili, tablet e smartphone). Ai lavoratori agili viene garantita la parità di trattamento - economico e normativo - rispetto ai loro colleghi che eseguono la prestazione con modalità ordinarie.

Ma la resistenza a telelavorare non è mai stata determinata da lacune normative. La Sit stessa, con l’appoggio di due o tre deputati illuminati, riuscì a fare lobbying e a far passare leggi che, tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli ’80, riducevano le difficoltà per il telelavoro. Successivamente, anche Bassanini aveva fatto non una norma complessiva sul telelavoro: la verità è che le aziende hanno sempre cercato alibi per non applicarlo. E d’altro canto, misteriosamente, i lavoratori hanno sempre avuto paura di aderire a progetti di telelavoro: un caso emblematico è quello di Enel che dieci anni fa ha iniziato un’ottima sperimentazione, che ha avuto scarsissimo successo per la mancata risposta dei dipendenti. Gli stessi sindacati sono carrozzoni burocratici con decine di impiegati sulle sedie non si capisce a far cosa… non sa quante volte ho detto alla Camusso (segretaria generale della Cgil fino allo scorso gennaio, ndr) che per parlare di innovazione bisognerebbe innanzitutto farla. Allora il primo passo da compiere è questo: iniziare a telelavorare. Con i miei collaboratori io lo ho fatto, con due effetti immediati: il taglio di 10mila euro di spese mensili per la sede e la riduzione delle ore effettive del loro lavoro che si sono di fatto dimezzate, perché si sono annullati i tempi morti e le pause. Inoltre, siamo in costante collegamento via Skype e quando occorre ci si parla molto più di quando si stava in due stanze vicine.

lavoro in spiaggia

Dunque, il problema è di tipo culturale. E il salto richiesto è galattico: bisogna accettare che si sfumino i confini tra tempo del lavoro e tempo libero e che tutto si svolga in un flusso continuo. Ed è forse questo l’ostacolo maggiore a una capillare diffusione dello smart working.

Tutto sommato preferiamo essere contenuti in uno spazio-tempo ben definito che ci tiene in gabbia di fatto ma che alle 17 di ogni giornata lavorativa ci consente di far cadere la penna, conferendoci un senso si effimera libertà. E questo in barba ai benefici misurabili per l’ambiente (in termini di minori emissioni di CO2 per la riduzione degli spostamenti e del traffico), la produttività, il work-life balance e in sostanza per la felicità personale. Tutte misurazioni che ho fatto io stesso, ma che ritengo inutili: il lavoro è un mondo complesso, simile alla vita, ne contiene ogni sfaccettatura. La lunga permanenza negli uffici degli uomini è un fenomeno che ho studiato: non è amore per il lavoro, ma odio per la famiglia. E poi c’è la sindrome di Clinton, di cui abbiamo già detto. Le donne in questo sono diverse e credo possano fare da motore per un vero cambiamento: non c’è ragione, se si ha un lavoro telelavorabile, perché questo non si delocalizzi.

Ne è passata di acqua sotto i ponti. Qual è oggi lo stato dell’arte dello smart working?

Si potrebbe concludere che il telelavoro sul piano formale sia ancora perdente, perché ci sono pochissime aziende che siglano contratti di smart working, ma sul piano reale ha stravinto perché tutti fanno telelavoro: sui treni, sulle spiagge, mentre portano i figli a scuola e rispondo a una telefonata del collega o del committente. Decine di persone che stanno telelavorando, e non lo sanno. E forse questo li rassicura.

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