PIL e produzione industriale: vediamo il bicchiere mezzo pieno

PIL e produzione industriale: vediamo il bicchiere mezzo pieno

di Laura Magna

Nei giorni passati nessuno ha lesinato commenti carichi di pessimismo intorno ai dati di PIL e produzione industriale in Italia, in frenata nel terzo trimestre. Numeri dietro i quali, a guardarli appena sopra la superficie, è però possibile intravedere qualche buona notizia, e qualche ragione per non abbandonarsi al pessimismo cosmico.

Ma partiamo da loro, dai numeri: Istat stima per il PIL una riduzione del tendenziale (ovvero la variazione anno su anno) dal +1,2%al +0,8%; mentre il dato resta invariato trimestre su trimestre e per la stima a tutto il 2018 una crescita dell’1%.

PIL e produzione industriale: vediamo il bicchiere mezzo pieno

In fondo, nulla di stravolgente, nell’Italia che si è abituata allo 0 virgola e che da quando ne è uscita continua a procedere a passo da lumaca. Ma è il dato relativo alla produzione industriale ad aver gettato i mercati nel panico: la nostra produzione industriale aveva segnato una perdita del 25% del proprio valore dall’inizio della crisi e a settembre 2017 sembrava aver ricominciato a crescere, avendo accumulato un incremento del 3,5%. La variazione di questo settembre anno su anno è stata invece dell'1,3%, come riporta ancora Istat. Un rallentamento che è tangibile, ma non irreversibile.

A causarlo è l’incertezza: incertezza politica che promana dall’Italia stessa, ma anche temi più alti. L’attesa delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo con lo spettro del nazionalismo che incombe; la tensione di Donald Trump per dare seguito alle sue aggressive politiche espansionistiche. Incertezza che riduce la visibilità e frena gli investimenti. E, senza investimenti, la produzione non cresce e così l’economia. Il futuro di questo Paese, ancora una volta, è nelle mani delle sue imprese. Che possono decidere di aumentare la spesa per ottenere maggiore produttività ed efficienza, superando l’impasse.

PIL e produzione industriale: vediamo il bicchiere mezzo pieno

Se guardiamo il dato sulla produzione industriale nelle sue diverse componenti, scorgiamo settori che sono in forte controtendenza: «I settori di attività economica che registrano la maggiore crescita tendenziale sono la fornitura di energia elettrica, gas, vapore ed aria (+7,0%), la produzione di prodotti farmaceutici di base e preparati farmaceutici (+5,1%) e la fabbricazione di macchinari e attrezzature (+4,5%). Le maggiori flessioni si rilevano invece nell’attività estrattiva (-11,2%), nella fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-4,7%) e nell’industria del legno, della carta e stampa (-2,7%)», scrive Istat.

Che significa? Che le nostre eccellenze, tra cui pharma e macchine continuano a correre e a innovare. Le macchine industriali, in particolare, continuano a segnare tassi di crescita dopo un 2017 segnato da un balzo davvero importante – spinto da iper e super ammortamento. E al Bi-MU, la fiera internazionale delle macchine utensili a Milano, diversi contratti, non ancora rilevati dai numeri, sono stati attivati.

Siamo sul crinale: quello che può cambiare le cose è la cultura aziendale. Le nostre micro aziende che costituiscono oltre il 90% dello scheletro produttivo nazionale e che per lo più hanno buona patrimonializzazione, dunque cassa da spendere, devono avere il coraggio di cambiare, investire, trasformarsi, connettersi. Trasformare i propri asset in nodi di un sistema interconnesso, a cui devono mirare per continuare il proprio percorso di sviluppo. Possiamo farcela: siamo ancora, nonostante lunghi anni in contrazione, la seconda potenza industriale d’Europa e la sesta del mondo.

Investire è la regola numero uno della ripresa

Il futuro di questo Paese, ancora una volta, è nelle mani delle sue imprese

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