Sheryl Sandberg

Sheryl Sandberg

Le donne della Silicon Valley? Lavorano nell’ombra, dietro a mariti e fratelli. Anche se le ceo del Fortune 500 sono solo il 6,6% del totale

di Laura Magna

Margareth Cushing "Meg" Whitman, per decenni alla guida prima di eBay e poi di Hewlett Packard (oggi ceo di NewTv); Ginni Rometty, pseudonimo di Virginia Marie Nicosia, ceo di Ibm; Marillyn Adams Hewson, presidente e amministratore delegato di Lockheed Martin; Mary Teresa Barra, prima donna al mondo a guidare una casa auto (la General Motors). Susan Diane Wojcicki, ceo di YouTube. E ancora, Indra Krishnamurthy Nooyi, presidente e ceo di PepsiCo dal 2006 al 2018 e Geisha Williams, ceo fino al 2018 di PG&E: una di origine indiana e una latina. O Safra Ada Catz (origini israeliane), CEO di Oracle Corporation dal settembre 2014, insieme a Mark Hurd. A leggere questo elenco, sembrerebbe che la big corporate Usa sia il regno delle donne. Senza distinzioni neppure in termini di “colori”.

In realtà, nel 2019, le ceo della lista Fortune 500 (che classifica le maggiori 500 aziende Usa per fatturato) sono appena 33, ovvero il 6,6% del totale (In Italia, invece, la celeberrima legge Golfo-Mosca sulle quote rosa ha fatto sì che la presenza femminile nel ruolo di amministratore delegato passasse dal 7% del 2010 al 36% del giugno 2018).

Non solo. Una nota indagine, condotta su oltre 200 donne che lavorano nella Silicon Valley da almeno dieci anni (il 75% con bambini e quasi la metà in posizioni di potere), ha mostrato l’Elefante che si aggira nella valle dell’innovazione. Ebbene, secondo la survey, l’84% di queste donne si è sentita dire nel corso della sua carriera che era “troppo aggressiva”; il 66% è stata esclusa da tavoli decisionali importanti; l’88% si è trovata nella situazione in cui un collega o un cliente facesse domande al peer maschio (domande a cui lei avrebbe risposto con maggior competenza); al 75% è stato chiesto della vita privata e dei figli.

donne ceo

Una storia vecchia e, a quanto pare, globale. Eppure, nella Silicon Valley, dove i nomi dei ceo sono per lo più maschili, ci sono altrettante donne che, più nell’ombra, hanno contribuito alla fondazione del colossi hi-tech che oggi dominano i mercati mondiali. Con le proprie competenze professionali e umane e con l’impegno o con l’attitudine inspiring.

Tutti ricorderanno il divorzio multimilionario di Jeff Bezosl’uomo più ricco del mondo e fondatore di Amazon - da sua moglie McKenzie Tuttle. In realtà i 38 miliardi di dollari di “liquidazione” concessi alla consorte sono strameritati se è vero che nei 24 anni di matrimonio, McKenzie ha contribuito in maniera decisiva alle fortune dell’azienda e del marito. 53 anni lui, 47 lei, Jeff e Mc Kenzie si sono incontrati per la prima volta a New York nel 1992, lui era vice presidente dell’hedge fund De Shaw & Co, lei in cerca di lavoro, una laurea in letteratura a Princeton e tanti lavoretti per far quadrare i conti, come lavapiatti, cameriera, cassiera, commessa, tata. Voleva scrivere e il lavoro come segretaria di Bezos era un altro ripiego per pagare le bollette. Si sposano nel 1993 e un anno dopo Bezos inizia a lavorare alla sua idea folle nel famoso garage di Seattle. Lei diventa la sua contabile e i conti di Amazon senza dubbio quadrano. Nel corso di dieci anni McKenzie coltiva, tra quattro figli e molti miliardi, il suo mai sopito sogno di scrivere che esercita nel poco tempo libero, senza mai sottrarre attenzioni alla famiglia e nel 2005 pubblica The Testing of Luther Albright che nel 2006 vince l’American Book Award. Nel 2013 pubblica invece Traps.

Il segreto del successo? A sentire la signora Bezos, la normalità: fino al 1999 la famiglia ha vissuto nella casa di Seattle da una sola camera da letto (oggi ne possiedono cinque tra Medina, Beverly Hills, Van Horn (Texas), Washington e Manhattan) e fino al 2013 MacKenzie era solita accompagnare i quattro figli a scuola, e poi Jeff al lavoro, con un vecchio minivan Honda (per questo le riunioni non venivano mai fissate al mattino presto). Mark Zuckerberg, chi non lo conosce? Il ragazzo geniale che mentre era studente ad Harvard fondò Facebook insieme ai suoi compagni di stanza, deve la sua crescita a due donne. La sua manager Sheryl Sandberg e sua sorella Randi.

Se qualcuno ha letto il ritratto della Sandberg che il Corriere ha fatto a luglio forse non ha ancora compreso realmente chi questa donna sia. Nota per aver scritto un libro femminista in cui invitava le donne a farsi avanti e per aver perso il marito molto presto a causa di una malattia, Sheryl Sandberg è nata a Miami nel 1969 da una famiglia ebrea, laureata nel 1991 in economia ad Harvard e in possesso di un MBA alla Harvard Business School. Allieva di Lawrence Summers (che anni dopo, da rettore a Harvard, avrebbe sostenuto che gli uomini sono più forti delle donne nelle materie scientifiche «per motivi biologici») è l’architetto della strategia di marketing e di annunci pubblicitari su cui si basa il social network. Ovvero colei che ha creato il sistema di business da cui Facebook trae i profitti e che si basa sui dati degli utenti, spinti a interagire con i like con le pagine pubblicitarie (interazioni che poi vengono cedute come informazioni vitali per i marketing dei brand). Dunque, la prima responsabile anche del caso Cambridge Analytica che aveva prelevato e usato in maniera unfair un’enorme quantità di dati Facebook. Le critiche le piovvero addosso proprio perché lei fece tutto meno che “farsi avanti”. Solo dopo qualche settimana dichiarò alla Cnbc di essere dispiaciuta di aver deluso tutte le persone che si collegano a Facebook ogni giorno e i cui dati Facebook deve proteggere. Sandberg sarà ora cruciale nello sviluppo di Libra, la criptomoneta annunciata a metà giugno che ha già suscitato scalpore. A tavoli conclusi (Libra sarà pensata con 27 aziende e con la supervisione dei regolatori di tutto il mondo) quello delle transazioni di denaro potrebbe essere il nuovo Eldorado per il social network.

L’altra donna di Facebook è Randi Zuckerberg (ne abbiamo parlato qui). Randi, che dal 2004 al 2011 ha lavorato fianco a fianco con il fratello allo sviluppo di Facebook, creando la sezione dei Live, ha lasciato in campo per dedicarsi con la sua Zuckerberg Media, ai contenuti per avvicinare i bambini (e soprattutto le bambine) alla tecnologia. La Silicon Valley l'aveva delusa, come racconta lei stessa, perché l'aveva costretta a soffocare la sua parte creativa: era già stata fatta entrare nel “club dei ragazzi startupper”, non poteva certo andare fuori focus e dedicarsi anche ad altro, come hobby o famiglia. Almeno ufficialmente. Nel frattempo pubblicava sul suo canale youtube video ironici in cui poteva sfoggiare le sue doti canore. E grazie a cui un produttore la ha notata e portata a Broadway. Di recente ha pubblicato Pick Three, un vademecum in cui spiega come essere felici facendo solo tre cose al giorno tra tutte quelle che per ciascuno sono prioritarie: una sorta di bibbia della felicità che transita attraverso l’imperfezione (e vale soprattutto per le donne).

manager donna

La consapevolezza femminista caratterizza un po’ tutte le storie delle donne dietro le quinte della Silicon Valley. Chi non ricorda la leggenda di eBay? Quando negli anni Novanta negli Usa impazzava la mania delle Pez, caramelle dure contenute in blister di plastica che sono diventati pezzi da collezione, c’era una ragazza Pamela Kerr, da qualche mese a San Francisco per seguire il suo compagno Pierre Omidyar che non riusciva a trovare in città altri collezionisti come lei per fare scambi e arricchire il proprio patrimonio di blister. Omidyar, allora, che faceva lo sviluppatore informatico realizzò un sito web di aste virtuali, per aiutare Pam a trovare altri collezionisti. Il resto è la storia che tutti conosciamo. Pam – che senza dubbio è stata la musa ispiratrice di eBay - oggi si occupa di gestire The Omidyar Group e in particolare la controllata Omidyar Network, una società di investimento a carattere filantropico che investe in società profit e no profit per creare opportunità per le persone di tutto il mondo e migliorare le loro vite.

Anche la storia di Melinda Gates, product manager della Microsoft quando conobbe Bill, passa attraverso questa presa di coscienza femminista: che arriva una sera quando si accorge che, nonostante un marito amorevole e collaborativo, lei sia sempre l’unica a lasciare la cucina, ovvero a pulirla. Allora fissa una regola: nessuno può lasciare la stanza prima della mamma. E così i suoi tre figli piccoli iniziano a chiederle come possono aiutarla per andarsene prima e tutto finisce “con un quarto d’ora d’anticipo” e il contributo collettivo. Melinda è oggi nota per essere una grande filantropa, con la Fondazione Bill & Melinda Gates, impegnata per favorire l’emancipazione e l’uguaglianza, dall’anno della sua creazione, il 2000. E lo fa a partire dalla famiglia, dove tutto inizia.

A Seattle, sede della Microsoft, Melinda gestire la Pivotal Ventures per finanziare start up a guida femminile.

Il 40 % dei finanziamenti in capitali di rischio vanno a uomini laureati a Harvard e Stanford, meno dello 0,05 % finisce nelle tasche delle donne afro-americane. Se le donne non trovano posto attorno a un tavolo, significa che stiamo dando spazio a un pregiudizio all’interno del sistema. E se attorno a quello stesso tavolo non siedono le minoranze, allora significa che stiamo aggiungendo un ulteriore pregiudizio al sistema.

Rompere pregiudizi e schemi consolidati: i mariti saranno stati ottimi costruttori, ma le donne che si sono scelti sono le fondamenta. E queste storie lo dimostrano.

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