Il boom economico in Italia? Passa dalla partecipazione delle donne al mondo del lavoro

Il boom economico in Italia? Passa dalla partecipazione delle donne al mondo del lavoro

di Laura Magna

Nel 1999 Kathy Matsui elaborò per Goldman Sachs la teoria della Womenomics: l’analista giapponese sosteneva, in soldoni, che incentivare le donne a partecipare al mondo del lavoro nipponico avrebbe potuto imprimere una sferzata alla crescita economica del suo Paese. Esattamente venti anni dopo ancora la questione femminile resta inspiegabilmente irrisolta e mentre i governi si accapigliano alla ricerca di misure “esotiche” che stimolino la produzione di ricchezza, nessuno si accorge che la soluzione è a portata di mano.

Nel 2014 Matsui aggiorna il suo studio in chiave 4.0 e calcola che per il Giappone il boost potenziale della piena partecipazione al mondo del lavoro sarebbe del 13%. Di più, si tratterebbe dell’unica misura possibile per compensare calo e invecchiamento della popolazione: le stime prevedono che nel 2060 i giapponesi saranno il 30% in meno di oggi e per il 40% over 65enni. Una fotografia demografica che è simile a quella italiana: e non è un caso che secondo l’agenzia europea Eurofund, la sottooccupazione femminile in Italia ha un costo pari al 5,7% del Pil e la rimozione di questo gap avrebbe un impatto positivo sullo stesso nella misura dell’11%.

Il boom economico in Italia? Passa dalla partecipazione delle donne al mondo del lavoro

Allora, forse vale la pena agire. Anche perché, ai ritmi attuali, per colmare il divario saranno necessari ancora 202 anni, secondo l’ultimo Global Gender Gap Index del World Economic Forum, che misura il gender gap nel mondo in un valore del 32%, e rileva un miglioramento del 3,6% rispetto al 2006. Il gap, in termini di partecipazione economica è al 41% e profondissimo per quanto attiene al potere politico (77,1%), mentre è insignificante in termini di accesso all’istruzione (4,4%). Un primo set di dati che suggerisce una conclusione: le donne hanno più difficoltà degli uomini ad accedere al mondo del lavoro e del potere, nonostante abbiano pari competenze.

E se il Giappone, in barba alla Womenomics, nella classifica del WEF è al 110mo posto, l’Italia si colloca al settantesimo posto nell’indice generale: solo Grecia, Malta e Cipro fanno peggio in Europa. Facciamo molto peggio quando guardiamo al solo ambito della partecipazione economica: siamo al 118esimo posto su 149 (ultimi in Europa) e nel 2006 eravamo 77esimi (su 115 Paesi analizzati). In compenso, abbiamo migliorato la posizione nella partecipazione politica, passando dal 72esimo al 38esimo posto. Ma questo non ha prodotto politiche positive per le donne, evidentemente. E c’è un dato che, se non bastasse, rende ancora più grave la situazione generale: quello per cui l’Italia è al primo posto nella classifica delle iscritte donne all’università (che il Wef definisce formazione terziaria). Primo posto in assoluto nel mondo. Non solo: per ogni cento maschi che frequentano l’università, ci sono 136 donne; le donne che si laureano sono il 17,4%, i maschi il 12,7%. E ancora, siamo tra i primi tre Paesi, insieme a Singapore e Sud Africa, con il minore gender gap in termini di competenze in termini di AI, cruciali per i lavori dell’industry 4.0: “in media il 28% dei talenti AI sono donne, rispetto al 72% dei maschi”, scrive il Wef.

Il boom economico in Italia? Passa dalla partecipazione delle donne al mondo del lavoro

Insomma le donne (le italiane in particolare) sono un patrimonio che non viene sfruttato. Un brillante grezzo che tale resta: così, aggiunge Eurofund, l’Italia è in Europa il Paese con il minor tasso di partecipazione femminile al lavoro (54,4%, fa peggio solo Malta, mentre la media continentale è del 63,5% e la best in class, la Svezia, vanta una partecipazione del 77,6%) e in termini di gap rispetto all’occupazione maschile, con un delta del 17,9%. Secondo il Wef il 60,5% dei Neet italiani, chi non studia e non lavora e ha perso le speranze di trovare un lavoro, è donna e la disoccupazione femminile è al 12,8% contro il 10,9% di quella maschile. Di più: le donne Neet italiana lo sono – fa notare Eurofund - per la stragrande maggioranza dei casi, per esigenze di cura familiari, verso i figli piccoli o verso i genitori anziani. Ed è proprio in questo dato la chiave di volta di tutto.

Cosa bisogna fare per incoraggiare le donne a trovarsi un lavoro? Aiutarle nella gestione della prole con misure ad hoc che coinvolgano i padri nei congedi parentali, che sgravino fiscalmente la frequenza degli asili nido, ovviamente garantendo che queste strutture siano presenti e disponibili. Incentivando forme di lavoro flessibili ed eventualmente potenziando i congedi di maternità. Che non sono un costo: mentre un costo, insostenibile, è tenere le donne fuori dal giro. Eurofund lo stima, per l’Italia, nella misura del 5,7% del PIL nazionale (che vale circa 2mila miliardi) mentre valuta, citando diverse ricerche accademiche, che la piena partecipazione avrebbe un beneficio sulla ricchezza nazionale dell’11%. Da vero boom economico, al di là dei proclami.

Womenomics, il vero boom economico

Mentre l’Istat rivede al ribasso le stime sul PIL italiano 2018 (+1,1%) e l’Fmi ci va giù ancora più pesante (+0,6%) Eurofund e Wef ci spiegano che abbiamo a disposizione uno strumento per crescere d’emblée dell’11%.

Potrebbero interessarti:

Metti una marcia in più al tuo Business!

segui l'esempio di tanti colleghi imprenditori, segui My Business Lab!

Lucia Bussi

Lucia Bussi

Responsabile Filiale Grenke Como


Ciò che fa la differenza è la possibilità di investire il capitale su ciò che è davvero strategico per il business, senza immobilizzarlo su ciò che strategico non è.

Matteo Azzoni

Matteo Azzoni

Responsabile Filiale Grenke Brescia


La possibilità di rinnovare i tuoi beni quando vuoi, lavorando sempre con le attrezzature più aggiornate, è un vantaggio strategico determinante.

Fabrizio Mantovani

Fabrizio Mantovani

Business Development & Support Director MBE


La sfida è riuscire a sviluppare un secondo business che sviluppi l'offerta alla clientela sfruttando il più possibile l’organizzazione e le risorse del business principale.

Antonio Baldan

Antonio Baldan

CEO, Baldan Group


Per poter dirigere un gruppo bisogna avere prima esperienza del lavoro dei propri collaboratori. Non si nasce “imparati”.