È iniziata la guerra del petrolio: cosa ci dice sul futuro dell’economia globale

È iniziata la guerra del petrolio: cosa ci dice sul futuro dell’economia globale

di Laura Magna

Dopo essere crollato a -47 dollari al barile il 20 aprile, il greggio resta a buon mercato, nonostante gli sforzi dell’Opec+ che ha deciso tagli importanti alla produzione per ammorbidire l’eccesso di offerta. Basta che torni il timore di nuove ondate del virus o che vengano pubblicate previsioni negative sulla congiuntura per agitare il mercato. Ecco perché l’oro nero è un indicatore più affidabile di altri del futuro, di chi dalle nuove dinamiche uscirà vinto (energia Usa) e chi vincitore (bond emergenti in dollari).

C’è una data, quella del 20 aprile 2020, che rimarrà scolpita nella storia della finanza: per la prima volta in assoluto i future sul Wti di maggio, ovvero i derivati che fissano il prezzo in base alle previsioni di domanda e offerta del petrolio Usa, sono scesi sotto lo zero: precisamente a -47 dollari al barile (il Brent si è portato a 20 dollari). In pratica i produttori di petrolio si trovavano a pagare chi fosse disposto ad acquistare l’oro nero a maggio, a fronte di una domanda pressoché azzerata a causa del lockdown. Una condizione che solo lo scorso gennaio nessuno avrebbe potuto immaginare e che ci proietta direttamente in quel mondo nuovo che tutti gli osservatori prospettano da ogni punto di vista, sociale, economico e finanziario.

Il prezzo è poi tornato in positivo. Tuttavia basta poco perché si ripresentino pressioni su questo fronte: qualche giorno fa il timore di una seconda ondata di Coronavirus negli Usa si è abbattuto con forza sul Wti, che ha perso immediatamente il 10% portandosi a 35 dollari. Anche il Brent europeo ha perso più dell’8%, scendendo intorno a 38 dollari. Nulla di sconvolgente come l’evento di aprile, ma è il segnale che le dinamiche in atto in queste settimane in cui il Covid ha condizionato le nostre vite, non ci lasceranno con la stessa rapidità con cui hanno fatto irruzione nella normalità.

Proviamo dunque ad analizzare cosa influisce oggi sul prezzo del petrolio per capire dove andrà e anche cosa significano queste dinamiche.

Intanto cosa ha causato veramente il crollo sotto zero del Wti? La domanda azzerata si è andata a sommare alle dinamiche settoriali e geopolitiche già in atto: il fracking Usa che ha reso più economica l’estrazione e dunque più abbondante la disponibilità di oro nero e la guerra interna all'OPEC che non è riuscito a limitare la produzione. Per i grandi pozzi petroliferi il costo di uno stop sarebbe stato ancora più elevato di quello che ha pagato per il crollo del mercato di aprile.

Oggi a gettare nel panico il mercato sono invece le previsioni sull’economia, molto negative: in particolare la comunicazione del presidente della Fed Jerome Powell ai mercati dopo la riunione del Fomc che non ha lasciato presagire nulla di buono . Ma anche il fatto che le scorte petrolifere in Usa sono al record storico di 2,1 miliardi di barili tra greggio e prodotti raffinati, secondo gli ultimi dati dell’Energy Information Administration (Eia).

E dunque all’orizzonte ci potrebbe essere una crisi più grave di quella che riusciamo a vedere: come se gli effetti del lockdown non si fossero ancora dispiegati sull’economia reale. Ma il messaggio da cogliere è anche un altro: che l’eccessiva finanziarizzazione del sistema è probabilmente diventata insostenibile. La finanza vale quattro volte l’economia e soffre di un doppio rischio: da un lato legato al sottostante e dall’altro dipendente dalla solidità del sistema, perché chi vende il derivato deve essere in grado di ripagarlo.

Il prezzo del petrolio è oggi un indicatore più chiaro rispetto alle Borse di quanto stia soffrendo l’economia, perché il petrolio è un bene che interviene nella produzione e nella distribuzione di tutto quello che usiamo e che arriva nelle nostre case. La caduta verticale segnala con chiarezza che andiamo incontro a una depressione. Le quotazioni azionarie sono al contrario gonfiate, dimostrando quanto gli investitori abbiano perso il contatto con la realtà, drogati dalla montagna di liquidità immessa dalle banche centrali per contenere gli effetti della crisi. Pertanto i prezzi delle azioni crescono molto di più rispetto ai prezzi al consumo e molto di più del valore degli asset.

Generalmente l’equity è una buona proxy dello stato di salute di un Paese o dell’andamento di un settore nelle crisi asimmetriche, che si limitino appunto a un’area geografica o a un comparto. La pandemia da Covid 19 è per definizione globale come i suoi effetti, in termini sia di salute pubblica sia di solidità dell’economia. Il prezzo del petrolio, che è un mercato dominato dalla dinamica reale di domanda e offerta, è oggi quanto di più affidabile esista per immaginare le traiettorie future della congiuntura.

Nel frattempo, il crollo sotto zero del Wti ha convinto a tagliare la produzione l’Opec Plus, aprendo la strada ad azioni sempre più aggressive su questo fronte. In una riunione tenutasi il 6-7 giugno l'OPEC+ (meno il Messico) ha deciso di prolungare i tagli più aggressivi alla produzione di petrolio fino a luglio. “Di conseguenza, il totale dei tagli in luglio sarà di 9,6 milioni di barili al giorno (mb/g) invece dei 7,7 mb/g previsti nell'accordo di aprile, ma non esattamente i 9,7 mb/g concordati per maggio e giugno – dice Nitesh Shah, Director, Research, WisdomTree - Cambiare la data dell'incontro è stato certamente un segnale. Quando è stato annunciato venerdì 5 giugno, i mercati hanno ampiamente prezzato l'estensione dei tagli al mese di luglio: la scorsa settimana il WTI è aumentato dell'11,44% mentre il Brent è aumentato del 19,73%”.

Oltre a decidere tagli importanti, sono stati adottati nuovi meccanismi per aumentare l'osservanza delle decisioni prese dall'OPEC+. I Paesi che non rispettano appieno le loro quote produttive in un determinato mese dovranno compensare tale scompenso nei mesi successivi. “Questo nuovo meccanismo potrebbe portare ad un ulteriore rialzo del petrolio e ci aspettiamo che il mercato reagisca positivamente. Ma potrebbe esserci un problema: la continuazione dell'accordo dipende dal fatto che i Paesi aderiscano alla loro quota e provvedano a ribilanciare le loro trasgressioni fino a settembre 2020. Un altro risultato della riunione è che il comitato ministeriale congiunto di monitoraggio (JMMC) si riunirà ora mensilmente per esaminare i livelli di aderenza dei Paesi”, continua Shah. La prossima riunione dell'OPEC è prevista per il 30 novembre 2020 e l'incontro con i non membri dell'OPEC è previsto per l'1 dicembre 2020.

In ogni caso, già le prime decisioni chiare dell’Opec + hanno quasi azzerato la convenienza ad accumulare scorte piuttosto che a comprare l’oro nero quando serve: lo spread che misura questa convenienza si è ridotto a sei mesi a meno di 2 dollari al barile, contro i 12-14 dollari raggiunti tra marzo e aprile.

Questo avrà un impatto sulle scorte a partire da quelle Usa che inizieranno a scendere. E quelle scorte dipendono esclusivamente dal boom di importazioni di greggio dall’Arabia Saudita: tra il 16 maggio e il 5 giugno oltre 1,5 milioni di barili al giorno, il triplo del normale, che hanno portato l’import complessivo da Riad a 32 milioni di barili. Secondo Bloomberg, nel Mare del Nord gli stock sono già calati, rispetto al picco di 12 milioni di barili raggiunto a fine maggio.

Ma tutte queste dinamiche hanno impatti, positivi e negativi, sugli asset di investimento e in definitiva sulle Borse. Secondo Andrew Keirle, gestore del fondo T. Rowe Price EM Local Currency Bond,

“Il forte calo dei prezzi del petrolio ha spinto un gran numero di Paesi del Medio Oriente a tornare sui mercati internazionali per rafforzare le loro finanze, come Qatar e Arabia Saudita. Le opportunità per gli investitori stanno aumentando e questo favorisce la diversificazione. Nelle ultime settimane, un numero selezionato di Paesi con rating high yield si è affacciato sul mercato obbligazionario primario. Sia il Bahrein che l'Egitto hanno venduto nuove obbligazioni denominate in dollari in operazioni che hanno registrato una domanda superiore all'offerta, e questo è incoraggiante. Il crollo dei prezzi del petrolio genererà vincitori e vinti. Alcuni Paesi esportatori di petrolio, come Nigeria e Venezuela, sono particolarmente vulnerabili in un contesto di minori ricavi derivanti dal petrolio, e quindi le loro obbligazioni potrebbero essere soggette a volatilità e debolezza. Dall'altro lato, pensiamo che il mercato obbligazionario indiano possa continuare a sovraperformare, essendo l'India un grande importatore di petrolio”.

Tra le principali vittime del Coronavirus sui mercati, Kristjan Mee, Strategist, Research and Analytics di Schroders annovera il settore energetico statunitense. “Le diffuse misure di lockdown hanno portato a un crollo del 25% ad aprile della domanda globale di petrolio. Dopo l’ultimo collasso, le azioni del settore rappresentano soltanto il 3% dell’Indice S&P500, rispetto al 16% del 2008. A causa dell’elevata correlazione tra gli utili del settore energetico e il prezzo del petrolio, non stupisce che le aspettative sugli utili nei prossimi 12 mesi siano crollate attorno allo zero. Tuttavia, con l’intera industria che dovrebbe vedere ben pochi profitti il prossimo anno, le metriche basate sugli utili non sono molto adatte per valutare l’attrattività delle compagnie energetiche. Il quesito è invece se domanda e offerta arriveranno a un equilibrio e quali società sopravviveranno a questo crollo storico”.

Anche se si tornerà alla normalità, il caso del petrolio è un indice chiaro del fatto che la pandemia lascerà segni pesanti e che la normalità sarà nuova e diversa.

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