È la fine della globalizzazione?

È la fine della globalizzazione?

di Laura Magna

La pandemia cambia le regole del commercio mondiale e spinge le aziende – anche le pmi italiane - a ripensare le proprie supply chain, riportando in casa alcune produzioni. Il back reshoring è un costo che sarà necessario sostenere per adeguarsi al mondo post Covid, ma funziona da assicurazione per la business continuity in caso di nuovi lockdown. Che non sono improbabili nel futuro che ci aspetta.

Inutile far finta di non saperlo. La pandemia spariglia le carte in tavola e costringe le aziende a ripensare se stesse. Non è solo una questione di far fronte alla perdita di fatturato corrente, con liquidità aggiuntiva in termini di nuovo debito o dando fondo alle risorse disponibili, ma è soprattutto necessità emergente di attuare nuove strategie. Il mondo è cambiato, alcune cose torneranno alla normalità cui eravamo abituati, altri trend che sono emersi si rafforzeranno e diventeranno cambiamenti strutturali.

Ma non è necessariamente una cattiva notizia: anzi, può essere per i business una opportunità.

Uno dei temi che ha rubato la scena in queste settimane è la possibile fine della globalizzazione. Il virus ha mostrato con chiarezza che le produzioni europee – e Usa - dipendono dalla Cina: quando la Cina si è fermata per poter contenere la diffusione del Covid 19 molte imprese occidentali sono rimaste a corto di componenti o materie prime. La Cina ha lavorato venti anni per diventare la fabbrica del mondo e ci è riuscita: prezzi bassi, qualità che nel tempo è migliorata e soprattutto una logistica perfetta. I magazzini delle imprese di tutto il mondo che da Pechino e dintorni si riforniscono quasi esclusivamente, sono governati dalla logica del just in time: hanno scorte solo per evadere gli ordini già ricevuti e dunque, una volta interrotto il flusso delle forniture, non hanno avuto ossigeno per continuare a lavorare.

Insomma, ben prima che il lockdown si estendesse al mondo occidentale, la pandemia ha messo in discussione la sostenibilità di questo modello paventando scenari di back reshoring, ovvero di ritorno a casa di certe produzioni.

Il primo effetto del Covid sulla produzione: emergenza supply chain

Qualcuno, anche in Italia, ha dovuto farlo in fretta e furia intorno al 20 febbraio, quando la Cina annunciava la ripresa delle attività produttive (ma in realtà, come avvisava la Fondazione Italia Cina - non si palesava che una riapertura molto parziale, con al massimo il 20% della forza lavoro sulle linee dei colossi manifatturieri di Stato e il 10% in quelle delle industrie private). Era stato il caso della Quickly-tec di Cinisello Balsamo, torneria di precisione che aveva dirottato le forniture verso Svizzera e Giappone, con il 10% di costi aggiuntivi (come aveva raccontato qui). Un esempio emblematico di un trend che è andato montando e che ha reso evidente che il mondo globale e interconnesso in cui viviamo non è perfetto.

Lavoratori Honda in un impianto di produzione a Wuhan provincia di Hubei in aprile 2019
Lavoratori Honda in un sito di produzione a Wuhan provincia di Hubei, Aprile 2019

La Fondazione Italia Cina scriveva che “la decisione del governo cinese di estendere la chiusura delle attività dopo le festività del Capodanno e di cancellare le rotte aeree in entrata e uscita dal paese ha generato un effetto sulla produzione di beni di consumo, beni high-tech e industria tessile dove la Cina gioca un ruolo centrale nelle catene di approvvigionamento. L’interruzione della produzione in questi settori ha un effetto avverso sia sulle commesse per i ritardi e cancellazioni delle consegne sia sulle materie prime, merci e beni intermedi, obbligando le compagnie a trovare fornitori alternativi”. D’altronde la regione dello Hubei, con Wuhan al centro, è uno dei maggiori centri di produzione di componentistica auto e ospita sedi di case auto di tutto il mondo: il gruppo cinese Dongfeng, la giapponese Honda Motor, la francese PSA Group, l’americana General Motors, la tedesca Bosch e l’italiana Magneti Marelli.

Il back reshoring

Dopo lo schock potrebbe subire una accelerazione il fenomeno del back reshoring, ovvero della rilocalizzazione delle imprese, che non è nuovo: secondo il rapporto di Eurofound «Reshoring in Europe 2015-2018», l’Italia con 39 casi nel periodo di analisi segue la Gran Bretagna (44 casi) in testa alla classifica del contro-esodo. Se però questi sono tutti casi di ritorno in patria per esaltare la qualità del made in o favorire l’occupazione territoriale, la nuova ondata di back reshoring sarà spinta dalla necessità di esercitare un maggior controllo sulle supply chain, che necessariamente si dovranno accorciare. Tutto questo restituirà forza al modello di distretto, tipico italiano, che è ciò che differenzia positivamente la nostra industria da tutte le altre, attuando in pochi mesi cambiamenti che avrebbero richiesto un decennio per concretizzarsi. Torneranno a splendere i distretti del lusso, della meccanica, del biotech e l’economia ne gioverà.

L’imperfezione della globalizzazione

La globalizzazione d’altro canto non finirà, ma cambierà profondamente. Secondo Patrick Zweifel, Chief Economist della casa di affari svizzera Pictet Asset Management

“ci sono buoni motivi per credere che… il commercio non sarà danneggiato a livelli catastrofici. Piuttosto, alcuni dei flussi di merci fisiche saranno sostituiti da servizi digitali. Contemporaneamente, anche le filiere sono destinate ad ampliarsi e a diventare più regionali”.

Patrick Zweifel, Chief Economist della casa di affari svizzera Pictet Asset Management
Patrick Zweifel, Chief Economist della casa di affari svizzera Pictet Asset Management

La globalizzazione ha raggiunto il picco nel 2008, quando il commercio globale delle merci rappresentava il 25,3% del PIL globale. Nel 2019 il valore è sceso al 21,7%, per effetto del protezionismo ma anche e soprattutto perché “la crisi finanziaria globale ha contenuto la domanda di importazioni connesse agli investimenti". In secondo luogo, dato che le economie emergenti, trainate dalla Cina, sono maturate, rappresentano sempre meno una tappa intermedia lungo il percorso delle filiere globali. Ad esempio, nel 2004 le importazioni cinesi di prodotti destinati alla ri-esportazione valevano il 29% delle esportazioni totali. Nel 2019, questo valore è sceso al 13,2%”.

Quali nuove forme assumerà il commercio nel post Coronavirus? Secondo Zweifel la globalizzazione digitale indubbiamente assumerà una maggiore rilevanza. Ma

“sebbene le aziende possano essere disposte a realizzare localmente parte della produzione, il principio del vantaggio comparativo rimarrà ancora. Sarà sempre più economicamente conveniente procurarsi alcune merci e materiali da Paesi terzi. Invece, le aziende potrebbero diventare meno dipendenti da singoli fornitori, rendendo le loro filiere più resilienti diversificando le reti di fornitori e incrementando qualche forma di ridondanza. Accorciare le filiere potrebbe rendere il commercio più regionale – come è successo in Asia negli ultimi tre decenni, anche dopo la crisi finanziaria globale. Il commercio intra-asiatico rappresentava il 28% delle esportazioni totali asiatiche, passato al 42% nel 2008 e al 46% nel 2018. Qualora ciò dovesse comportare un aumento dei costi della manodopera, le società possono compensare tale maggior costo con una maggiore automazione”.

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