La guerra commerciale tra Cina e Usa

La guerra commerciale? Ecco perché anche l’Italia è tra i potenziali sconfitti

di Laura Magna

La trade war? Il mondo aveva tirato un sospiro di sollievo quando al G20 di Osaka di fine giugno sembrava esserci stato un accordo tra Donald Trump e Xi Jinping: il primo avrebbe rimosso le sanzioni su Huawei e sospeso l’allargamento delle tariffe a tutto l’export cinese e il secondo avrebbe acquistato prodotti agricoli Usa. L’11 luglio tuttavia il presidente Usa ha twittato di “essere molto deluso” dal fatto che la Cina non avesse ancora iniziato gli acquisti, augurandosi che lo faccia al più presto.

Insomma, nulla di fatto: è ancora guerra e probabilmente essa proseguirà sotto traccia - come gli esperti avevano avvisato prima dell’ultimo incontro tra i i contendenti - fino alle nuove elezioni americane del 2020: perché fare il braccio di ferro con quella che è diventata la più grande economia del mondo è un esercizio di potere per un presidente che mira alla rielezione. Peccato che ciò abbia effetti potenzialmente disastrosi per l’economia mondiale. E, contrariamente a quanto si potrebbe pensare a un’analisi superficiale, l’Italia ha molto da perdere da questo conflitto, anche se non la riguarda direttamente.

La crescita italiana è a rischio

Le ragioni sono diverse. La prima è indiretta è consiste nel fatto che la trade war avrà l’effetto di rallentare la crescita degli emergenti, che sono stati quelli che hanno consentito al Pil globale di incrementarsi a un ritmo ragionevole. Se ora il Pil globale rallenta, a risentirne maggiormente saranno le economie più deboli e indebitate: l’Italia è tra queste, con una crescita dello zero virgola e una procedura di infrazione pendente.

Ma non basta. Almeno dal 2010, secondo Sace-Simest, l’unica componente del Pil italiano che cresce è l’export (+6,4% fino al 2017) mentre tutti gli altri contributori, ovvero consumi privati (-1%), spesa pubblica (-0,8%), investimenti (-3,1%) e import (-2,3%) hanno segnato tutti valori in calo. Il commercio mondiale già segnala rallentamenti che incidono sulle ultime di crescita del Pil - quello italiano per il 2019 è allo 0,1%. E quello che potrebbe accadere con un acuirsi della crisi del commercio è qualcosa di molto simile a una recessione. Ancora Sace stima in -0,6% l’impatto della guerra commerciale sull’export italiano nel 2020; nell’1,1% in calo per le vendite verso gli Usa e di -1% per quelle verso la Germania. Nel frattempo, l’incertezza che domina i mercati basta ad abbattere la fiducia di famiglie e imprese e fa rimandare decisioni e investimenti.

Gli step di una guerra senza vincitori

La guerra dell’America First che Donald Trump ha intrapreso in primo luogo contro la Cina è fatta di dazi e tweet: lo scorso 10 maggio, giorno del fallimento dell’undicesimo round di trattative, che si è svolto a Washington, il presidente aveva deciso di alzare le tariffe su 200 milioni di dollari in merci importate dalla Cina dal 10% al 25%. Mossa a cui la Cina aveva subito risposto con inasprimenti su circa 60 miliardi di merci in arrivo dagli Usa. Nel 2018 Trump aveva già imposto dazi su 250 miliardi di dollari di prodotti made in China importati negli Stati Uniti, ai quali Pechino aveva risposto con tariffe su 121 miliardi di export americano, colpendo prevalentemente prodotti chiave come la soia e il Gnl (Gas naturale liquefatto).

Trade war: tiro alla fune

Non solo. Nel mese di maggio Trump ha minacciato ripetutamente di ampliare le nuove tariffe a tutte le merci in arrivo dalla Cina (per ulteriori 300 miliardi di dollari) e ha puntato anche direttamente all’Europa: i prodotti europei minacciati avrebbero un valore di 11 miliardi di dollari e comprendono diverse categorie merceologiche, dall’aeronautica, ai prodotti alimentari, fino all’industria tessile, alla plastica e la carta (l’elenco completo dei prodotti in lista è disponibile sul sito dell’USTR – United States Trade Representative).

Cosa accade al commercio estero secondo Sace

E questo è un altro forte problema per l’economia italiana. L’Unione Europea vale oltre 500 miliardi di scambi per l’Italia, il 58% del totale con il mondo. Lo rileva un calcolo della Camera di Commercio di Milano Monza e Brianza e Lodi insieme a Promos Italia su dati Istat, anni 2018 e 2017. La Lombardia è la prima regione con quasi un terzo del totale nazionale (161 miliardi, +5.6%), seguita da Veneto, Emilia Romagna e Piemonte. Ovvero le regioni che trainano grazie all’industria l’intero Paese e che saranno le più colpito da un calo dell’export. Germania, Francia, Spagna e UK sono i maggiori partner. In particolare la Germania vale 128 miliardi, la Francia quasi 85, la Spagna 44,6 e il Regno Unito 34 miliardi.

L’ultimo rapporto sul commercio estero di Sace Simest informa che la combinazione della guerra commerciale e di una Brexit senza accordi, provocherebbe un calo dell’export italiano verso la Germania nel 2019 di oltre mezzo punto percentuale in meno, dal 2,7% al 2,2% e per il 2020 oltre un punto. L’effetto stimato verso la Francia è ancora peggiore.

Insomma, un vero e proprio crollo sul mercato europeo che vale la metà dell’export domestico. Il report di Sace fornisce calcoli molto minuti. Si legge che

qualora Washington decidesse, nel corso del 2019, di imporre un dazio del 25% su tutti i prodotti provenienti da Pechino e sulle importazioni di autoveicoli dal mondo (esclusi soltanto Messico e Canada, con i quali è stata raggiunta un’intesa per la modernizzazione del Nafta – ora denominato Usmca), le ripercussioni negative si estenderebbero a macchia d’olio sull’intero sistema del commercio internazionale. In caso di una simile escalation, le esportazioni italiane di beni verso il mondo aumenterebbero più lentamente (-0,2 punti percentuali nel 2019 e -0,6 p.p nel 2020), con impatti ancora più marcati per le nostre vendite verso gli Stati Uniti (-0,7 p.p. nel 2019, -1,1 p.p. nel 2020). A questo vanno aggiunti gli effetti di ulteriore rallentamento che una simile escalation potrebbe avere sull’economia cinese (con conseguenze a cascata su altre economie emergenti). Questo aggraverebbe ulteriormente l’impatto sulle esportazioni italiane di beni complessive, le quali sarebbero inferiori di 0,8 p.p. nel 2019 e 1,7 p.p. nel 2020.

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In un mondo interconnesso e globale una tempesta come questa della guerra commerciale, per quanto apparentemente esotica e lontana, non può essere ignorata. E una visione potenzialmente più “sovranista” dell’Ue nel cui parlamento sono cresciuti i partiti populisti, non aiuta. Sarebbe necessario a questo punto un intervento unitario e coeso di un’Europa che voglia ancora giocare un ruolo nell’economia globale.

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