Piazza Duomo Milano deserta durante emergenza coronavirus

Il mondo nuovo dopo la peste

di Laura Magna

Quando nel 1666 Isaac Newton, per sfuggire all’epidemia di peste scoppiata a Londra, si rifugiò nella sua tenuta di campagna a Woolsthorpe, libero dalle attività accademiche perché l’università era stata chiusa, poté dedicarsi o agli studi e agli esperimenti che lo porteranno a sviluppare le sue teorie sul calcolo, sull'ottica e sulla gravità. Il suo genio fu come liberato. Qualche anno prima, nel 1623, il poeta John Donne - mentre rifletteva sulla caducità dell’essere umano e sulla necessità di isolarsi per non cadere vittima di un’altra ondata di peste - produsse alcuni dei suoi versi più famosi, tra cui "Nessun uomo è un'isola" che hanno poi ispirato Ernest Hemingway. Il periodo più prolifico per William Shakespeare? Quello della peste del 1606, quando scrisse Re Lear, Macbeth e Antonio e Cleopatra. E che dire del Decamerone del Boccaccio, ambientato alla metà del Trecento quando sette donne e tre uomini per dieci giorni si chiusero in una villa fuori Firenze per sfuggire alla peste nera e si raccontarono ben cento novelle? Anche nelle più temibili tragedie umane può nascere la bellezza e il progresso. E chissà se anche stavolta l’isolamento e la possibilità di riflettere che questo virus letale ci offre come effetti collaterali produrrà capolavori o evoluzioni che resteranno per sempre nella nostra società.

Intanto, abbiamo scoperto di avere un “modello italiano”, con misure di contenimento rigide e distanziamento sociale, che è stato un esempio da seguire anche quei Paesi come Regno Unito e Usa che all’inizio sminuivano il problema. La disciplina rigorosa dello stare a casa italiano è stato di lezione per tutto il mondo. Abbiamo costruito reparti di terapia intensiva in pochi giorni, come quello del San Raffaele a Milano; in pochi giorni aziende che producono abiti di lusso sono diventate fucine di mascherine protettive (lo ha fatto Miroglio, la casa di moda di Elena Mirò e Fiorella Rubino e altre 9 marche di abbigliamento femminile; ma anche piccole sartorie in giro per l’Italia). Abbiamo scoperto che sappiamo essere solidali, come dimostrano i sacrifici dei molti che hanno donato il proprio tempo e le proprie capacità a chi è stato più colpito dalla crisi. Vogliamo essere fiduciosi: sarà un mondo diverso (e forse migliore) quello che abiteremo quando l’emergenza Covid-19 sarà conclusa.

tram vuoto coronavirus

Un lavoro e una vita più agile

L’emergenza potrebbe essere stata decisiva per dare una sferzata al mondo del lavoro italiano, un ambito nel quale i movimenti hanno tipicamente tempi biblici. Le aziende che si occupano di servizi hanno scoperto che esiste lo smart working e che funziona. I primi ad applicarlo in maniera massiccia sono stati i colossi finanziari come Generali e Allianz, Aon e Zurich. Poi hanno seguito anche altri settori: Enel, Eni, Saipem, Vodafone hanno disposto lavoro da remoto «fino a data da destinarsi». Lo stesso Comune di Milano ha chiesto ai propri dipendenti di lavorare smart fin dalle prime fasi del lockdown. Infine, da metà marzo un provvedimento del Miur ha disposto che si procedesse l’anno scolastico con una vera didattica a distanza (con tanto di lezioni e interrogazioni) su tutto il territorio italiano, proiettando il mondo all’improvviso nel futuro tanto a lungo immaginato ma apparentemente irrealizzabile.

Il 2020 sarà ricordato come l’anno zero del lavoro agile, secondo Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, che studia il fenomeno dal 2012. A fine 2019 i lavoratori in smart working erano 570mila, un numero ancora piccolo ma in crescita del 20% in più dell’anno prima, secondo i dati dell’Osservatorio. Ma mentre i due terzi delle grandi imprese lo avevano attivato, tra le pmi solo il 12% avevano progetti strutturati e oltre la metà se ne disinteressava del tutto. Poi nessuno ha avuto più scelta: lo smart working è diventato obbligatorio per continuare a lavorare superando d’imperio tutte le resistenze. Resistenze che rendevano troppo lenta, sempre a leggere l’Osservatorio, la crescita dello strumento e limitavano la modernizzazione del mercato del lavoro ma anche la competitività di Pmi e Pa e l’inclusività e la sostenibilità delle città. Nel futuro, se sapremo fare tesoro di questa lezione che il virus ci ha insegnato a caro prezzo, molti dei problemi attuali per chi fa impresa, come quello di attrarre nuovi talenti, soprattutto in relazione alla necessità di sostituire circa il 15% del personale nei prossimi 3-4 anni, saranno superati.

Questa fase di emergenza sanitaria è stata una sorta di stress test per chi aveva già adottato forme di lavoro agile ma lo utilizzava in forma limitata. Chi era tecnologicamente preparato e aveva formato il personale ha potuto verificare che non c’è un calo della produttività. Lo scenario cambia, invece, per chi è arrivato impreparato. Tutte le aziende che avevano resistenze si sono rese conto di quanto un modello digitale aumenti la resilienza di un Paese, la sua capacità di reagire alle emergenze

aveva detto Corso nelle settimane passate.

Un mondo più sostenibile

Le foto delle monumentali piazze italiane, completamente deserte in pieno giorno, hanno fatto il giro del mondo. Immagini desolanti e malinconiche, in uno scenario post bellico che mai avremmo voluto vedere. Ma nel lockdown totale degli spostamenti c’è un risvolto positivo. Non c’è più smog. Speriamo di vedere Milano, Firenze, Roma, Napoli presto di nuove vive. Nel frattempo una riflessione la impongono i dati sul crollo verticale delle emissioni di gas venefici. Dopo che i satelliti della Nasa hanno mostrato una riduzione del biossido di azoto in una vasta area della Cina, uno studio del Centre for Research on Energy and Clean Air ha stimato che in tre settimane, le emissioni di CO2 sopra il Celeste impero siano diminuite di oltre 100 milioni di tonnellate (un quarto delle emissioni totali che lo scorso anno avvolgevano il Celeste Impero). E anche sopra l’Italia Settentrionale l’inquinamento è calato in maniera visibile: lo mostra l’animazione prodotta dal Satellite ambientale “Sentinel-1 5P” dell’Esa che indica la rarefazione soprattutto delle emissioni di diossido d'azoto, un gas altamente tossico, tra il primo gennaio e l’11 marzo. Anche questo può essere visto come un improvvisato esperimento planetario: senza spostamenti convulsivi nelle auto private abbiamo di fatto eliminato l’inquinamento. Passata la tempesta forse ricorderemo che ognuno di noi può fare la differenza.

volontaria porta spesa ad un'anziana durante coronavirus

Il virus dell’empatia

Le prime a partire con iniziative a favore delle categorie più a rischio come gli anziani, sono stati i colossi della GDO, da Esselunga a Coop: consegna gratis agli over 65. Poi è stata la volta dei Comuni, che hanno attivato una convenzione simile con le diverse catene distributive dei territori: Lecce, Siracusa, Mantova, Firenze. In un’insolita gara di solidarietà che ha coinvolto anche piccoli esercizi e ristoranti; e perfino cittadini riuniti in Comitati nati per l’occasione aggregando supermercati, farmacie, ristoranti e persone al servizio di chi è solo o non può muoversi autonomamente. Per non dire degli imprenditori illuminati che, superando le restrizioni già severe del decreto del Presidente del Consiglio, hanno chiuso in anticipo impianti di produzione per tutelare la salute delle persone. O dell’immane sacrificio che il personale sanitario sta compiendo nella trincea, senza appellarsi ai limiti del contratto di lavoro. E così gli insegnanti coraggiosi che non abdicano al loro ruolo cruciale, i giornalisti, i corrieri. Ma c'è un elemento ancora più profondo. Stiamo vivendo in una condizione insolita per una democrazia del ricco occidente: una condizione di privazione. Privazione di quello che fino a ieri ci appariva normale: l'happy hour, lo shopping, il weekend a Londra. O anche solo spingere un figlio sull'altalena o accompagnare la mamma a fare la spesa. In una parola, stiamo sperimentando come si vive in assenza di libertà. E tutto questo ci aiuta a fare su larga scala esercizio di empatia, che potrebbe essere il collante che terrà insieme le fondamenta della società nel post virus.

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