Imprenditori ai tempi del coronavirus

Storie di imprenditori coraggiosi e generosi nell’era del Coronavirus

di Laura Magna

Nell’emergenza Coronavirus gli italiani stanno dando il meglio di sé. Al netto di qualche dissidente, ci stiamo mostrando disciplinati e solidali, senza perdere lo spirito poetico che ci contraddistingue. E gli imprenditori, in particolare, stanno mostrando il loro volto migliore, facendo a gara per contribuire a che il Paese esca dall’emergenza, rapidamente e con il minor danno possibile – in termini di vite umane. Il primo a guadagnarsi gli onori della cronaca (lo ha intervistato Fanpage) è Giuseppe Preziosa, 74enne fondatore e presidente della Siare Engineering, una delle sole quattro aziende del mondo, le altre sono due in Germania e una in Svizzera, che costruiscono ventilatori polmonari, ciò che consente ai pazienti colpiti dalla famigerata polmonite interstiziale bilaterale di continuare a respirare quando non riescono più a farlo autonomamente.

Stiamo lavorando 15 ore al giorno

La persona che risponde al centralino di Siare, da Valsalmoggia, provincia di Bologna, si scusa. D’altronde tutti sono impegnati a produrre 500 apparecchi al mese (dai 150 della capacità in tempi ordinari) da consegnare alla Protezione Civile. Biomedicale, ma anche sistema moda e pharma: sono tre settori industriali strategici per l’Italia, ciò che fa del Paese un riferimento in termini globali. Ma anche il mondo dei maker arriva in soccorso: sono storie di generosità e coraggio che meritano di essere raccontate.

I ventilatori polmonari? Si producono a Bologna

Personalmente sento il dovere di fare qualcosa, visto il momento incredibile che stiamo vivendo e difatti avevamo già 300 pezzi pronti per essere spediti in Vietnam, India, Corea e Filippine, ma poi il dottor Borrelli ci ha chiamati ed abbiamo bloccato tutto.

Così Preziosa ha raccontato la sua decisione di rispondere all'appello del premier Conte per la fornitura di apparecchi: gara a cui di fatto è stato l’unico partecipante. Siare dovrà consegnare alla protezione civile 2000 ventilatori entro luglio, ma l’obiettivo è di riuscire ad arrivare a 5mila pezzi. Preziosa, che ha fondato l’azienda nel 1974 quando aveva 28 anni, oggi vanta una presenza in 61 Paesi (il 90% del fatturato in tempi normali dipende dall’estero) e impiega 35 persone, oltre all’indotto dei fornitori della provincia, che realizzano componenti necessari per i ventilatori. D’altronde nell’area in cui l’azienda opera tra Mirandola e Bologna, si colloca il più importante distretto del settore biomedicale in Europa, terzo nel mondo dopo Minneapolis e Los Angeles, con un fatturato complessivo di oltre 1,6 miliardi di euro e più di 150 milioni di margine operativo lordo. In questa Silicon Valley italiana del biomed operano circa 5.000 addetti, in aziende che sono per lo più pmi.

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Il made in Italy tessile si converte alla produzione di mascherine non chirurgiche

Un altro prodotto di cui c’è domanda (ma poca offerta) sono le mascherine: ne servono 90 milioni al mese, che non arrivano perché i fornitori esteri se le sono viste requisire dai rispettivi Paesi. L’industria italiana del fashion è arrivata in soccorso: un settore che ha una potenza di fuoco di 88 miliardi di euro di fatturato, rappresentate da oltre 67mila imprese che occupano più di 580 mila lavoratori nel comparto tessile, moda e accessorio.

A Bari, dove esiste un distretto tessile nel tempo impoverito dal lavoro cinese a buon mercato, il rettore del Politecnico locale Francesco Cupertino, sta coordinando un gruppo di lavoro per aiutare le aziende interessate a convertire parte della loro produzione in dispositivi di protezione individuale. Gruppi di dimensioni maggiori e con maggiori risorse hanno fatto da sole. È il caso di Miroglio, l’azienda del brand Elena Mirò (e un’altra decina di abbigliamento donna), che a Cuneo fattura 577 milioni di euro. In poche ore l’azienda ha realizzato un prototipo di mascherina (non sanitaria) e lo ha presentato, l’11 marzo, all’unità di crisi a Torino che lo ha approvato dando il via alla prima produzione di 600mila pezzi in due settimane. A regime sarà possibile produrne circa 75-100 mila al giorno. La stessa strategia ha adottato anche la Bc Bonar di Busto Arsizio, nella provincia varesina: l’azienda produce per case internazionali come Ugo Boss e H&M, i sacchetti dentro cui vengono confezionati gioielli, borse e scarpe, grazie a cui realizza un fatturato di 2,2 milioni di euro. Convertire la linea per produrre mascherine (che non sono presidi chirurgici, l’azienda tiene a specificare) è stato facile: oggi sono offerte a prezzo di costo all’ospedale locale per il personale amministrativo. E sono decine i sarti che da Nord a Sud hanno messo a disposizione il loro know-how per contribuire alla causa.

Dal pharma in arrivo gel disinfettante

Ancora, l’introvabile gel disinfettante. Menarini, colosso farmaceutico fiorentino, ha annunciato che lo produrrà nella fabbrica dedicata ai farmaci in gel e lo donerà alle strutture e agli operatori sanitari che ne hanno bisogno. Nella email inviata ai dipendenti per avvisarli della novità di parla della fornitura settimanale minima

di 5 tonnellate di gel disinfettante, indispensabile per limitare i contagi soprattutto nelle strutture più esposte al rischio. I nostri tecnici sono al lavoro per poter incrementare queste quantità e sono confidenti di farcela già a breve.

Anche in questo ambito, le iniziative solidali si moltiplicano sul territorio nazionale: l’azienda cosmetica parmense Davines ha avviato la produzione di un gel igienizzante che offrirà alle comunità locali; ma sono decine le farmacie galeniche in Italia a fare lo stesso offrendo a prezzi di costo gel artigianali nella maniera più capillare possibile. Il pharma è un’altra eccellenza dell’industria italiana: secondo Farmindustria è il primo mercato europeo per la produzione di farmaci con un valore della produzione di oltre 32 miliardi di euro e 66.500 addetti. Un asset strategico per l’economia italiana grazie a una produzione che tra il 2008 e il 2018 è cresciuta del 22% contro la perdita del 14% della manifattura in generale.

coronavirus davines italia
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Salvare vite con la stampa 3D

L’ultima delle molte storie imprenditoriali che meriterebbero di essere raccontate è quella di Isinnova, piccola società di consulenza bresciana formata da un team eterogeneo di ingegneri, designer ed esperti di comunicazione che raccoglie idee di ogni tipologia e settore e le trasforma in oggetti concreti con la stampa 3D. Sono i ragazzi che hanno costruito le valvole per i respiratori per l’ospedale di Chiari che aveva quasi esaurito le scorte e non poteva approvvigionarsene in tempi rapidi. Riproducendo il disegno a partire da un pezzo insieme ai medici sono riusciti a realizzare un prototipo funzionante con la stampa 3D: Cristian Fracassi e Alessandro Romaioli in 24 ore hanno prodotto cento valvole per l’ospedale locale. E hanno lanciato un appello a tutti coloro che si trovassero a corto di pezzi in plastica riproducibili. La storia la raccontano loro stessi sul profilo Facebook del centro di ricerca:

abbiamo ricevuto una telefonata, ci è stato detto che nell’ospedale di Chiari mancavano le valvole per i respiratori e le persone stavano morendo. La via ordinaria, quella dell’approvvigionamento di pezzi di serie non era praticabile per una semplice ragione di tempo. Che dovevamo fare? Avete presente nei film, quando qualcuno sta per cadere nel burrone? Di solito in quel momento arriva il protagonista e gli lancia una corda, ma questa corda si sfilaccia…e il tempo corre. Non crediamo che in quel momento ci si facciano molte questioni sul fatto che la corda sia a norma, o che sia di altri. In quel momento si pensa solo a salvare chi sta cadendo. Poi, una volta al sicuro, col fiatone e l’adrenalina che cala, si può ragionare. Ecco, ci siamo trovati in quella situazione. C’erano delle persone in pericolo di vita, e abbiamo agito. Punto. Ora, a mente fredda, ragioniamo.

La lezione da imparare nell’emergenza

Non è un modo ortodosso di agire, certamente, e le polemiche, a nostro avviso sterili non sono mancate. Gli stessi imprenditori le mettono a tacere precisando che

se noi abbiamo agito velocemente è solo perché con delle stampanti 3d si può tentare rapidamente una piccola produzione che invece nella scala industriale sarebbe impossibile… Semplicemente vorremmo che di questa storia rimanesse solo una cosa: la comunità, fatta di un ospedale, un giornale, una squadra di professionisti, ha fatto una corsa contro il tempo e ha salvato delle vite. Tutto qua. Il resto - diritti, certificazioni, costi e polemiche - dovrebbe tacere di fronte all’innegabile superiorità del sacrosanto diritto alla vita. Se non condividete non chiedete a noi, ma alle persone che - grazie al cielo - respirano ancora.

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