Alla felicità in azienda ci pensa il CHO, Chief Happiness Officer

Alla felicità in azienda ci pensa il CHO, Chief Happiness Officer

di Redazione

In un mondo VUCA (Volatile, Uncertain, Complex, Ambiguous), dove il 50% delle aziende Fortune 500 del 2000 non esiste più, la scienza della felicità applicata ai contesti organizzativi avrà una funzione sempre più strategica. I Chief Happiness Officer sono le figure che definiscono azioni di lungo termine a beneficio dei dipendenti, la cui efficacia può essere misurata in relazione agli impatti che producono sui KPI dell’azienda.

La scienza della felicità

La scienza della felicità ha quasi 100 anni di storia alle spalle e già nel anni ‘30 del secolo scorso gli studi evidenziavano la correlazione tra felicità dei lavoratori e produttività.

I Chief Happiness Officer non sono guru che ti accolgono la mattina in tunica offrendoti una mela. A inquadrare correttamente la figura del CHO ci pensano Veruscka Gennari e Daniela Di Ciaccio, autrici del libro Chief Happiness Officer. Il futuro è delle organizzazioni positive, uscito il 27 maggio per FrancoAngeli.

«Le esperienze e le ricerche sul campo stanno dimostrando che, oggi più che mai, i Chief Happiness Officer svolgono una funzione strategica, urgente e necessaria e possono concretamente aiutare le aziende a prosperare nel cosiddetto mondo VUCA (volatile, incerto, complesso, ambiguo)»

I CHO sono dunque professionisti capaci di riorganizzare in modo strategico i processi logistici, strutturali, manageriali e culturali delle aziende in cui operano.

«A dispetto delle immagini più o meno stereotipate che identificano il “manager della felicità” con una persona che vuole organizzazione il nostro tempo libero e proporre attività di natura spirituale, il CHO definisce azioni di lungo termine sul versante dei risultati (come la formazione, il miglioramento dei processi, il job crafting) e sul piano della qualità delle relazioni. È un complexity thinker. Un professionista capace di applicare i principi che derivano dalla ricerca scientifica (nello specifico, quelli sul funzionamento psico-neuro-biologico degli esseri umani) in sistemi complessi (le organizzazioni). Il suo ruolo non va ad aggiungersi ma a completare e arricchire le competenze di figure professionali già presenti in azienda: HR manager, CEO, imprenditori, welfare e community manager»

Lo scenario

Che la vita e il mondo del lavoro non siano una passeggiata è piuttosto ovvio, tuttavia può essere interessante osservare i dati in cui questa realtà si traduce in base ad alcune indagini globali.

  • Secondo Gallup l’87% dei dipendenti a livello mondiale è demotivato, con una conseguente perdita di produttività di 500 miliardi e la Harvard Medical School ci dice che il 96% dei leader sperimenta il burnout.
  • L’Università Cattolica ci dice che in Italia, nella fascia over 50, solo il 31% si sente valorizzato e “attivo”, mentre il restante 69% si definisce in “difficoltà” (46%) o “smarrito” (+ 23%).
  • L’Organizzazione Mondiale della Sanità ci informa che la depressione è la principale causa di disabilità e che nel 2020 sarà la seconda malattia con cui il Mondo dovrà farà i conti.
  • 40 milioni di lavoratori europei soffrono di “stress da lavoro correlato” e sempre in Europa 84 milioni di persone soffrono di depressione, disturbi d’ansia, dipendenza da alcol e droga (Sole 24Ore).

Tutte queste tendenze sono direttamente collegate alla crisi dell’engagement dei dipendenti con ricadute significative:

  • perdita di entrate del 32,7%;
  • 37% in più di assenteismo;
  • 49% in più di incidenti sul posto di lavoro.

Organizzazioni Positive e B-corp

A questo scenario, in un mondo sempre più VUCA dove la pandemia da Covid 19 sembra davvero la classica ciliegina sulla torta, la scienza della felicità contrappone altri dati, questa volta in positivo, che sembrano indicare con chiarezza come sia possibile invertire la rotta.

Le Organizzazioni Positive (Org+) e le B-corp, movimenti attivi a livello mondiale a partire dal 2005, formati da aziende che hanno avviato una rivoluzione culturale nello stile di gestione delle persone, consapevoli che il loro successo passa per il grado di felicità, soddisfazione e coinvolgimento delle proprie risorse, hanno dimostrato di poter ottenere risultati superiori alle aspettative:

  • +300% capacità di innovare (Harvard Business Review)
  • +44% impatto sulla retention (Gallup)
  • +37% aumento delle vendite (Shawn Achor)
  • +31% aumento della produttività (Shawn Achor)

Qualche nome? Tra le Organizzazioni Positive e le B-corp a livello internazionale troviamo Patagonia, Disney, Virgin, Pixar, Ikea.

“Lavorare felici” non dev’essere necessariamente un ossimoro. Oggi le B-corp, ovvero aziende certificate che lavorano in maniera responsabile, sostenibile e trasparente, perseguendo uno scopo più alto del solo guadagno, sono più di 2.700 nel mondo, oltre 300 in Europa e 80 in Italia.

Conclude Di Ciaccio: «Abbiamo a disposizione numeri, ricerche e una vastissima fonte di contenuti a firma di uomini e donne di scienza che dimostrano in modo incontrovertibile che il modo in cui è organizzata l’attività produttiva esercita forti ripercussioni sulla felicità di chi lavora e genera motivazione, performance, creatività, innovazione, resilienza».

Cosa vogliamo fare, apriamo la posizione? Cercasi Chief Happiness Officer.

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