Il mercato dell’arte trasloca on line

Il mercato dell’arte trasloca on line

di Redazione

Artisti, gallerie, fiere, collezionisti e amanti dell’arte: come cambia il mercato dell’arte ai tempi del Coronavirus?

Si può vendere l’arte a distanza?

Il critico d’arte e la star facoltosa, calice in mano, discutono di quanto sia straordinariamente situazionista l’ultimo lavoro dell’artista x, mentre il cameriere passa con le tartine.

La scena l’abbiamo vista in mille film e per molti versi ben rappresenta il mercato dell’arte, un mercato fatto di incontri, relazioni, osservazione diretta, eventi. Un mercato che coniuga l’astrazione del pensiero artistico con la materialità dell’opera.

Complice il Coronavirus, anche questo mercato ha subito un’accelerazione nel suo processo di digitalizzazione.

La scommessa di Frieze

Frieze è una rivista d’arte contemporanea internazionale, fondata a Londra nel 1991, ma anche una fiera d’arte tra le più importanti al mondo, con edizioni a Londra e New York.

Lo stop ai viaggi, le difficoltà nell’organizzazione degli incontri e il divieto di assembramenti, ha costretto gli organizzatori ad accettare una scommessa tutt’altro che facile da vincere: traslocare online il mercato dell’arte, approfittando dell’occasione per raggiungere un pubblico più vasto.

Così, la mattina del 8 maggio 2020 ha aperto i suoi battenti digitali Frieze Viewing Room, l’alternativa obbligata alla tradizionale Frieze New York e Frieze Masters (la sezione dedicata all’arte storica), con poche certezze su come avrebbero reagito i collezionisti.

La reazione però non si è fatta attendere. Il giorno stesso dell’inaugurazione, Hauser & Wirthun ha venduto per 2 milioni di dollari a un’importante collezione americana l’opera “Distanced Figures 3” dell’artista americano George Condo.

La risposta del pubblico

A sentire Clements Gillespie, artist director si Frieze Master, la risposta del pubblico digitale ha superato le aspettative degli organizzatori.

“Il successo è stato di gran lunga superiore a quanto non succedesse nelle fiere dal vivo. Un numero enorme di gente, da tutto il mondo, si è iscritto per navigare nelle nostre viewing room, seguire i talk online e fare shopping. Abbiamo registrato un gran numero di transazioni, dalle opere milionarie e quelle più economiche e di sicuro il pubblico si è esteso in modo sensazionale.

L’arte è mainstream, piace ai collezionisti più maturi, facoltosi e tradizionali, ma è amata sempre di più anche dalle nuove generazioni. Il Covid è stato un fenomeno tragico ma ci ha indotti a trovare nuove soluzioni che continueremo a percorrere, con nuove forme ibride di fiere ed eventi, realizzati contemporaneamente online e dal vivo".

Una nuova generazione di acquirenti, per un’arte più democratica

Il dato più interessante è il consolidarsi di una nuova generazione di acquirenti, giovani collezionisti soprattutto americani e asiatici, cresciuto in un contesto dove navigare e fare shopping online è assolutamente naturale rispetto alle generazioni precedenti.

Parallelamente, l’esposizione digitale delle opere, apre l’arte ad un pubblico più vasto, non necessariamente di acquirenti, che ama contemplare l’arte, studiarla o ne è anche solo incuriosito.

In quest’ottica assistiamo ad un fenomeno di democratizzazione dell’arte: se da un lato il digitale rappresenta un ostacolo per i collezionisti pronti a girare il mondo per visitare le gallerie e apprezzare dal vivo le opere dei più interessanti artisti emergenti, dall’altro rappresenta una straordinaria opportunità per chi il mondo non avrebbe comunque potuto girarlo.

La disintermediazione dell’arte

La digitalizzazione dell’arte e della sua fruizione, accelerata dal Coronavirus non si ferma però online, al contrario si ibridizza in numerose iniziative all’aperto, nelle strade, nelle piazze e nei parchi, dove l’arte di tutto il mondo può essere trasmessa, producendo eventi che fondono virtuale e reale.

In questo processo evolutivo, il sistema tradizionale basato sull’intermediazione di gallerie e musei, rimasti momentaneamente deserti, deve ripensare il suo ruolo, arricchendolo di nuove strategie.

Nel frattempo l’esperienza della pandemia è stata l’occasione per moltissimi artisti di ripensare il loro ruolo all’interno del sistema.

Un esempio in tal senso è il progetto ONE VOICE, un festival outdoor internazionale, nato nel pieno della pandemia come strumento per supportare gli artisti in difficoltà, dove l'arte diventa strumento per ispirare e unire le comunità. Il movimento, fondato dal peruviano Gil Shavit e dallo statunitense Eugene Lemay, ha raccolto adesioni in tutto il mondo, coinvolgendo anche l'Italia, da Roma a Palermo a Messina.

Questa ed altre iniziative permettono ad artisti e collezionisti di comunicare direttamente, modificando il modello di business, o almeno offrendo nuove e maggiori chance all’artista capace di autopromuoversi sui social.

Vedremo cosa resterà di questi sommovimenti una volta rientrata l’emergenza.

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