L’affaire TikTok, l’ultimatum di Trump e l’ipotesi Microsoft

L’affaire TikTok, l’ultimatum di Trump e l’ipotesi Microsoft

di Redazione

Social emergente protagonista del lockdown, strumento di spionaggio di massa, nemico pubblico numero uno dell’amministrazione americana e oggi preda di una possibile acquisizione da parte di Microsoft.

Un curriculum niente male per il primo scocial network globale non made in USA! Proviamo a capirci qualcosa...

Il social cinese

TikTok piattaforma social di proprietà del colosso tech cinese ByteDance, si è imposto in tempi rapidissimi con una formula super easy, basata sulla condivisione e il consumo compulsivo di video brevi per lo più frivoli e divertenti, con un’audience globale e soprattutto ipergiovane.

A fine lockdown l’applicazione ha raggiunto 2 miliardi di scaricamenti, con 800 milioni di utenti attivi ogni mese, 30 dei quali negli Stati Uniti.

Questi numeri ne fanno il challenger potenzialmente capace di rompere lo status quo dominato da Facebook e Google, ma il fatto di essere il primo social globale non statunitense e addirittura cinese, proietta TikTok, il social dei ragazzini, direttamente al centro della disputa a tutto campo tra Cina e Stati Uniti.

Il ruolo dei social negli equilibri geopolitici

Non serve un esperto per constatare quanto i social siano diventati centrali nella vita delle persone, per la quantità di tempo che vi trascorriamo, per la quantità di informazioni che sono in grado di dedurre e acquisire in base ai nostri comportamenti digitali e per il fatto che in moltissimi casi rappresentano ormai la fonte di informazione principale, se non l’unica, dei loro utenti.

Quanto pesino i social, ben oltre il nostro orizzonte individuale quotidiano, lo verifichiamo da anni in occasione di tutti gli eventi locali e globali di una qualche rilevanza geopolitica. Dalle primavere arabe alle elezioni americane, dall’emergenza Coronavirus alla vicenda George Floyd, i social sono divenuti il principale terreno di gioco per acquisire consenso, stabilire un’influenza culturale, orientare le opinioni e in definitiva imporre “verità” non necessariamente coincidenti con quelle dei fatti.

In un simile contesto è facile comprendere perchè i social e le varie tematiche connesse al loro utilizzo, dalla creazione di fake news alla tutela della privacy, siano costantemente al centro del dibattito politico e culturale.

Signor Presidente, abbiamo un problema...

Alla comparsa in questo schema di un player cinese partecipato direttamente dal governo di Pechino, è facile immaginare una scena vista mille volte nei film. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo entra nello studio ovale, Trump alza lo sguardo e lui:

- “Signor Presidente, abbiamo un problema…”

- “Ancora Twitter?”

- “Peggio, i cinesi”

In effetti un paio di problemi ci sono. Il primo è che come tutte le grandi aziende cinesi anche ByteDance, e quindi TikTok, è soggetta al controllo diretto del governo cinese. Del resto dal controllo statale siamo passati anche noi, in tutti i settori strategici della nostra economia, senza bisogno di essere un regime comunista. Il secondo è comune a tutte le applicazioni social che devono fare i conti con un successo esplosivo: problemi a non finire, sviluppatori che impazziscono cercando di risolverli, inevitabili errori e conseguenti falle nella sicurezza.

Solo che se il problema riguarda Facebook e a trarne vantaggio potrebbero essere prima di tutto la CIA o il Pentagono è un conto, se invece il problema c’è l’ha TikTok e a poter accedere ai dati di 30 milioni di americani è il governo cinese la cosa si complica. E la reazione di un presidente come Trump non può essere che una:

- I cinesi usano TikTok per spiarci, colpiamo duro Mike!

Intanto in India...

Prima che la reazione della Casa Bianca prendesse la forma durissima che poi vedremo, il primo Paese a colpire duro è stato l’India, che con la Cina confina fisicamente e con la quale è ai ferri corti.

Già nel 2019 il governo Indiano aveva chiesto senza successo ad Apple e Google di rimuovere dai loro store l’applicazione di ByteDance, accusata di attentare ai valori morali del Paese incoraggiandone il degrado culturale.

Il peso di TikTok in India è davvero considerevole con 600 milioni di applicazioni installate.

A luglio, l’incidente avvenuto sul confine nell’Himalaya, che ha visto la morte di 20 soldati indiani, è stata la goccia che ha portato ad un provvedimento durissimo, con la messa al bando di TikTok, WeChat e una sessantina di altre applicazioni cinesi, “coinvolte in attività pregiudizievoli per l’integrità e la sovranità dell’India”.

L’approccio più moderato “all’australiana” e le contromosse di ByteDance

Come detto TikTok non è il primo social ad incorrere in problemi di sicurezza, con implicazioni potenzialmente pericolose ai più diversi livelli, ma certamente il fatto che abbia alle spalle un azionista come il governo cinese, che per usare un eufemismo non brilla per democrazia e trasparenza, complica le cose e autorizza a richiedere risposte e soluzioni con particolare urgenza e determinazione.

Così a metà luglio il governo australiano ha avviato un’indagine sulla piattaforma di ByteDance, volta a verificare se esistano effettivamente delle minacce collegate alla diffusione della piattaforma social. L’esito di tale indagine, conclusasi nei primi giorni di agosto, non ha evidenziato elementi tali da giustificare un ban della piattaforma sul territorio australiano.

Una linea simile è stata tenuta in Europa da Francia, Germania, Regno Unito e Italia.

Dal canto suo ByteDance si è mossa su entrambi i fronti delle critiche che le vengono mosse.

In merito all’ingerenza del governo cinese, ByteDance ha risposto clonando la piattaforma, così oggi esistono di fatto due TikTok. C’è il TikTok per i cinesi, che si chiama Douyin, dove con buona pace di tutti, salvo che dei cinesi, i contenuti sono regolarmente controllati e censurati secondo le regole imposte dal partito comunista cinese. Poi c’è il TikTok per il resto del mondo, quello che utilizziamo noi, una società diversa, con un amministratore delegato americano, con i dati degli utenti gestiti in server situati negli Stati Uniti a Singapore e a breve in Irlanda, “sottratti alle grinfie” della Repubblica Popolare.

Sul secondo tema, quello delle falle nel codice, la risposta di TikTok non si discosta granchè da quelle già ascoltate da Facebook in passato. “Nelle ultime settimane, sul web ci sono state numerose affermazioni relative alle pratiche di sicurezza di TikTok, incluse alcune anonime. Valutiamo molto seriamente queste affermazioni, per tale ragione stiamo procedendo a una revisione completa che ha rivelato come molte di esse siano inaccurate o riflettano analisi o versioni precedenti dell’app che, in alcuni casi, sono obsolete. Il nostro chief information security officer, Roland Cloutier, ha pubblicato resoconti dettagliati di alcune delle accuse infondate rivolte a TikTok. Come parte del nostro approccio globale alla sicurezza, il nostro team di Information Security attua un processo continuo di verifica delle vulnerabilità della sicurezza per risolverle. Coinvolgiamo aziende di sicurezza di livello mondiale in queste valutazioni. TikTok si impegna a rispettare la privacy dei nostri utenti, a essere trasparente con la nostra community e con gli esperti di sicurezza sul funzionamento della nostra app. Ci impegniamo costantemente per stare al passo con l’evoluzione delle sfide legate alla sicurezza e incoraggiamo i nostri utenti a utilizzare l’ultima versione di TikTok in modo che possano godere della migliore esperienza possibile”. Ancora, nello specifico delle accuse di essere uno strumento di spionaggio della Cina comunista: “Non abbiamo mai fornito i dati degli utenti al governo cinese, né lo faremmo se ci fosse richiesto”.

America first in salsa social

Come prevedibile queste contromisure non sono bastate per dissuadere Trump dal mettere in atto le minacce paventate a metà luglio.

In uno scenario geopolitico ed economico caratterizzato dallo scontro a tutto campo tra Stati Uniti e Cina, per l’inquilino della Casa Bianca non è accettabile avere in casa, oltre a un “virus cinese”, anche un “social cinese”.

Con un decreto emanato ai primi di agosto ByteDance è finita direttamente nella lista nera del dipartimento del commercio americano, la stessa utilizzata per fa fuori Huawei dal mercato USA nel maggio 2019. Entro 45 giorni sarà vietata ogni transazione con le due società da parte di ogni ente o persona soggetti alla giurisdizione statunitense.

Il ban, che riguarda oltre a ByteDance, proprietaria di Tik Tok, anche la società Tencent proprietaria di WeChat, altra popolarissima applicazione cinese, troverebbe giustificazione formale in motivi legati alla sicurezza nazionale: in pratica il governo cinese utilizza i dati degli utenti per fare spionaggio. La tesi non è particolarmente raffinata, nè suffragata da prove concrete, ma come tutte le prese di posizione della presidente Trump è facile da comprendere e rilanciare a livello mediatico: Tik Tok, l’applicazione cinese che spia gli americani.

La risposta di Pechino non si è fatta attendere ed è da guerra fredda in piena regola: assistiamo a un atto di manipolazione e di repressione politica, con il quale Washington pone i propri interessi egoistici al di sopra dei principi di mercato e delle regole internazionali. Gli Stati Uniti effettuano manipolazioni politiche arbitrarie e repressioni, che possono solo portare al loro declino morale. Le accuse di spionaggio degli utenti americani non hanno fondamento”.

In effetti la partita giocata dalla Casa Bianca non si limita a demonizzare il “social cinese” in quanto cinese, ma punta senza farne particolare mistero a costringere ByteDance a cedere il controllo di TikTok a… Microsoft. Sono infatti di dominio pubblico le trattative tra Microsoft e ByteDance che, alla luce del ban-ultimatum di 45 giorni emesso da Trump, non avrebbe altra strada che la cessione delle attività in USA, con una contropartita tra i 25 e i 35 miliardi di dollari.

Con questa acquisizione Microsoft rafforzerebbe in modo significativo e strategico la sua posizione sullo scenario social, attualmente presidiato con Linkedin, Minecraft e Xbox. Il tempo stringe ma il finale di questo duello è ancora tutt’altro che scritto, con Twitter e Netflix interessate ad entrare nella partita.

Nel frattempo Mark Zuckerberg non ha perso tempo e si prepara a lanciare negli Stati Uniti la nuova funzione Reel, di fatto un clone di TikTok all’interno di Instagram, dopo averla già introdotta in India.

E gli utenti?

A fronte di tanto allarmismo ci si aspetterebbe di poter misurare una flessione nell’utilizzo della piattaforma, invece al momento l’applicazione non sembra accusare flessioni.

Del resto se le generazioni più mature non riescono a definire uno scenario meno incerto per il diritto alla privacy e per la tutela dei propri dati, perchè a preoccuparsene dovrebbero essere proprio ragazzini e teenagers?

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