Produttività: vogliamo davvero affidarci agli algoritmi?

Produttività: vogliamo davvero affidarci agli algoritmi?

di Redazione

La valutazione della produttività è un tema che il ricorso obbligato al lavoro da casa ha reso ancora più caldo. La soluzione sono gli algoritmi?

Come lo controllo se lavora da casa?

Con milioni di persone costrette a lavorare da casa, le aziende hanno fatto i conti con la loro capacità di controllo della produttività.

Inutile dire che per molte di esse, ancorate al rigido controllo del capo e a valutazioni meramente quantitative, lo scenario aperto dal coronavirus è letteralmente da panico.

I software per la sorveglianza dei lavoratori, la cui diffusione sta registrando un’accelerazione, sono la naturale evoluzione tecnologica di questa cultura aziendale.

Ci pensano Isaak e gli altri ragazzi...

Isaak, Hubstaff, Time Doctor. Sono i nomi di 3 software per il controllo delle attività svolte dai dipendenti. Per controllo non si intende una cosa semplice come la cronologia dei siti visitati, bensì i tasti digitati, i movimenti del mouse, registrazioni video dello schermo, le interazioni con i colleghi, la rapidità nel completare le mansioni.

Inutile dire che i progressi sul fronte dell’intelligenza digitale aprono scenari potenzialmente inquietanti.

Il lato oscuro degli algoritmi

Algoritmi, machine learning e intelligenza artificiale sono keyword sempre più onnipresenti sui media e il loro impatto sulle nostre vite è tutt’altro che teorico.

Già oggi gli algoritmi intelligenti indirizzano i nostri gusti in fatto di intrattenimento e assumono il controllo della nostra attenzione come strumento per determinare le nostre scelte di consumo.

Potremmo dire che è la stessa storia di sempre, che l’economia, la politica e il marketing esercitano da sempre la loro pressione sugli individui determinandone in qualche misura i comportamenti.

La differenza è che mentre in passato il percorso dall’obiettivo al risultato era determinato da scelte umane, gli algoritmi intelligenti determinano in modo autonomo questo percorso, che in tal modo non è più sotto il nostro controllo.

Se affido a un software il compito di misurare le performance dei dipendenti, a fine giornata ottengo un report che mi permetterà di “tirare le orecchie” ai meno produttivi e premiare i più efficienti.

Tuttavia, oggi è sempre più vicino il momento in cui potremo affidare a un algoritmo il compito non solo di valutare e analizzare il rendimento dei collaboratori, ma anche quello di intervenire autonomamente sui loro compiti per accrescerne la produttività fino a determinare promozioni e licenziamenti.

Da un lato ci sono aspetti positivi come il superamento dei pregiudizi: un algoritmo non dovrebbe, a meno che venga istruito in tal senso, fare differenza tra i generi, tra i belli e i brutti, simpatici e antipatici. Cosa che invece accade più o meno inevitabilmente ai capi umani.

Dall’altro, il lato oscuro, un algoritmo intelligente definisce autonomamente quali debbano essere i criteri di valutazione, gli obiettivi da porre e gli ordini da impartire a un dipendente per aumentarne la produttività. Come detto, affidarci a un algoritmo intelligente comporta la perdita di controllo su percorso tra l’obiettivo e il risultato.

Contesto culturale e legislativo

Il documentario The Social Dilemma, recentemente prodotto da Netflix, ha puntato i fari sugli impatti pervasivi che l’utilizzo di algoritmi intelligenti sta avendo sui nostri comportamenti, in particolare su quelli delle generazioni più giovani.

Il dibattito culturale sul tema è fondamentale, sia per stimolare una maggiore consapevolezza da parte della società, sia per ispirare la definizione di un quadro legislativo all’altezza della sfida.

Le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale sono tanto straordinarie da sfuggirci nella loro portata.

Il rischio che corriamo è quello di offrire a un algoritmo più tempo e occasioni per correggere i suoi errori e migliorare, di quello che siamo disposti ad offrire a un essere umano.

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