Progetto di realtà aumentata

Come cambia il mondo del lavoro, nella forma e nella sostanza

di Laura Magna

Esperto di cybersecurity, data scientist, growth hacker, specialista di fog computing, esperto di user experience, professionista di IoT e ubiquitous computing. Sono alcune delle dieci professioni maggiormente ricercate dalle aziende da oggi ai prossimi cinque anni, secondo la classifica stilata da InTribe, società di ricerca e analisi dei big data. Probabilmente, almeno per alcune di quelle citate, riusciamo a stento a immaginare che genere di mansioni preveda. Eppure non si tratta di lavori “futuribili, ma attuali e reali, la maggior parte dei quali impiega già decine di migliaia di persone in tutto il mondo e i numeri sono destinati a crescere di diversi zeri”, secondo Mirna Pacchetti, ceo & co-founder di InTribe.

Gli studi che cercano di tracciare il quadro del lavoro del futuro sono diversi: uno dei più noti è probabilmente quello commissionato dal governo britannico all’istituto di ricerca FastFuture che già nel 2010 aveva individuato le 30 nuove professioni che sarebbero state dominanti entro il 2030. Oltre a tutte quelle posizioni legate alle competenze digitali di cui sopra, il report ne immaginava alcune nel campo dell’assistenza alla persona, come i consulenti della terza età; chirurghi fabbricatori di organi e tessuti con la stampa 3D organi; “chirurghi della memoria”, specializzati nell’ampliamento della capacità mnemonica umana. O ancora, gli agricoltori che diventano esperti genetisti e dalle campagne si spostano alla metropoli per dedicarsi alle coltivazioni idroponiche e verticali. L’elenco potrebbe continuare.

uomo affari ufficio

Sembra impossibile, ma gli studenti che oggi approcciano l’Università o la formazione terziaria, devono fare uno sforzo di fantasia per sapere cosa potranno fare alla fine dei propri studi. Basti pensare ai dieci lavori di oggi che dieci anni fa non esistevano (secondo il WeF): come l’App developer che nessuno avrebbe mai pensato potesse servire prima del 2007, anno di approdo dell’IPhone sul mercato, seguito a ruota dal sistema Android. O il Social media manager e il vlogger: nel 2008 qualcuno si iniziava a iscrivere a Facebook per condividere i suoi ricordi personali. Oggi il social network ha un miliardo e mezzo di utenti e insieme a Twitter e Instagram è diventato un indispensabile strumento di marketing che richiede un esperto. YouTube invece è stata fondata nel 2005 aprendo la strada ai creatori di contenuti video – alcuni diventati vere e proprie star milionarie.

giovane donna che lavora da casa

E che dire del driver Uber, la società di car sharing fondata nel 2009 che oggi fattura più di 11 miliardi di dollari e capitalizza in Borsa quasi 100 miliardi. E il cloud? Sembra sia sempre esistito, invece se ne è parlato per la prima volta in una conferenza nel 2006 in riferimento all’approccio di Google al software. Oggi, solo negli Usa, la metà di tutte le aziende ne fa uso e ha bisogno di gestori, ingegneri, strateghi del cloud.

Come cambia il mondo del lavoro, nella forma e nella sostanza

Un fatto è certo: è richiesta una metamorfosi delle aziende, che devono adottare un atteggiamento proattivo. Per esempio abbandonando i pesanti sistemi informatici legacy ad altissimo rischio obsolescenza e dotandosi di strumentazioni agili e facili da sostituire per stare costantemente al passo con l’evoluzione della tecnologia. Ma anche sfruttando gli incentivi come il credito di imposta e i fondi interprofessionali a disposizione per la formazione continua che punti sulle materie Stem ma anche sulle soft skill, come la creatività e l’empatia da sempre sottovalutate ma ormai imprescindibili in un contesto dove si è efficaci solo se si lavora in team il più diversi possibili. Si tratta di un punto fondamentale per riqualificare i lavoratori che oggi svolgono le mansioni più basiche che sono facilmente automatizzabili (il cui posto dunque sarà presto appannaggio di robot).

Cambia la sostanza e anche la forma del lavoro: la crisi ha fatto emergere un esercito di smart worker, lavoratori da remoto, che usano la tecnologia per produrre gli oggetti del proprio intelletto e lo fanno da nomadi digitali, senza dover rispettare una sede fisica. Sarà forse questa emergenza la chiave per aprire le porte di un reale sviluppo del telelavoro, di cui in Italia si parla almeno dalla fine degli anni Sessanta. A corollario, si sviluppano ovunque nel mondo - e in Italia anche nei piccoli centri abitati - spazi di co-working che offrono una scrivania e tecnologie avanzate, oltre che un fervido ambiente di open innovation, a professionisti, startup e di recente anche alle corporate che scelgono di puntare su strutture flessibili con guadagni in termini di costo e produttività del lavoro. Insomma una rivoluzione molto più reale e presente che impone a tutti di uscire dalla propria zona di comfort e abbracciare il cambiamento.

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