Uomo affari che stringe la mano al robot

Come non farci soffiare il lavoro dai robot

di Laura Magna

Secondo il McKinsey Global Institute, i robot rimpiazzeranno 800 milioni di lavoratori entro il 2030. Ma non è una tragedia: emergeranno nuove opportunità, che però vanno affrontate, muovendosi d’anticipo. E in particolare, puntando sul reskilling e il retraining della forza lavoro esistente, ma anche preparando i lavoratori del futuro – gli studenti a mansioni che oggi sono difficili anche da immaginare, per il semplice fatto che non esistono ancora. Non è, certamente, una problematica solo italiana ma globale: tuttavia in Italia, per certe caratteristiche strutturali del tessuto produttivo e umano, è acuita. Anche perché i giovani italiani finiscono troppo presto di studiare, iniziano troppo tardi a lavorare e quando trovano un lavoro, interrompono completamente i loro rapporti con la formazione. Esattamente il contrario di ciò che oggi è necessario fare.

“In Italia ci sono profondi gap da colmare – scriveva il Mise già nel 2018 e la situazione è cambiata poco o nulla - solo il 29% della forza lavoro possiede elevate competenze digitali, contro una media UE del 37%. Un divario che rischia di aumentare ulteriormente considerando la bassa partecipazione di lavoratori a corsi di formazione (8,3%) rispetto alla media UE di 10,8% e a benchmark quali Francia al 18,8% e Svezia al 29,6%”.

Nuovi lavori richiedono dunque innanzitutto nuove competenze: sono 100 quelle tecniche individuate dall’Osservatorio Industria 4.0 della School of Management del Politecnico di Milano, secondo cui la metà delle aziende italiane non è pronto per l’utilizzo di device digitali; il 60% per la manutenzione predittiva, e il 65% non sa come gestire l’interazione uomo-macchina. Il 70% non sa come simulare scenari produttivi o come programmare e gestire i robot; l’80% non sa come fare uso della realtà virtuale e/o aumentata.

lavorare con i robot

Dalla teoria alla pratica: in Italia, secondo Confindustria, che ha analizzato con Unioncamere i dati contenuti nel database Excelsior sui lavoratori, nei prossimi cinque anni Meccanica, Alimentare, Tessile, Chimica, ICT chiederanno 270mila professionisti, di cui 65.800 laureati e 102.000 diplomati. E questi ultimi non ci sono: la meccanica avrà bisogno di 37.000 diplomati mentre gli iscritti al triennio professionalizzante degli istituti tecnici sono 29.000; nel tessile, a fronte di una domanda di 16mila unità, ci sono solo 2mila iscritti nel triennio qualificante.

Non è una sorpresa: è noto che il nostro sistema di formazione terziaria – quello che in Germania “produce” lavoratori per l’industria, in Italia sia profondamente sottosviluppato. Parliamo degli Its, gli Istituti Tecnici Superiori post diploma per il cui potenziamento l’ex ministro Carlo Calenda solo a inizio 2018 aveva promesso di stanziare 400 milioni di euro (nel frattempo sono cambiati due governi e non se parla più). Alle aziende resta un’unica strada alternativa: istituire Academy in house all’interno delle quali formare le professionalità di cui c’è scarsità. Non è facile ed è probabilmente qualcosa che solo la big corporate può permettersi. Ma le pmi possono a piccoli passi fare formazione sfruttando le agevolazioni fiscali ad hoc. Come il credito d’imposta concesso in relazione ai costi sostenuti per la formazione del personale dipendente nel settore delle tecnologie abilitanti di industria 4.0 – previsto dal Piano Nazionale Impresa 4.0 del 2018 e prorogato con l’introduzione degli scaglioni a tutto il 2019. In particolare il credito di imposta viene applicato nella misura del 50% per le micro e piccole imprese e al 40% per le medie imprese con un tetto annuo, in entrambi i casi, di 300mila euro; e al 30% con un tetto di 200mila euro annui per le grandi imprese.

Mano umana e mano robot che fanno urto del pugno

Non solo: un’altra possibilità sono i fondi interprofessionali per la formazione continua, una realtà probabilmente ancora semisconosciuta, soprattutto alle pmi. Istituiti nel 2000, i Fondi interprofessionali in Italia sono 22 e ad essi le aziende possono scegliere di destinare lo 0,30% della retribuzione di ogni lavoratore che dal 1978 viene pagata a Inps e usata per la formazione. L’adesione a qualsiasi Fondo è gratuita e può essere revocata liberamente: di fatto, le imprese possono utilizzare soldi che hanno già versato (e che a volte non si rendono conto di versare) per aggiornamento dei propri dipendenti. A oggi ai Fondi sono iscritte, in totale, oltre 900mila imprese che occupano più di 10 milioni di lavoratori (dati Inapp). Di questi 10 milioni, quasi la metà fanno capo a Fondimpresa, costituito da Confindustria, Cgil Cisl e Uil e che ogni anno eroga oltre 300 milioni di finanziamenti per la formazione di cui la metà sui temi di innovazione.

Un’altra strategia che le pmi possono perseguire è quella che prevede un approccio diverso e agile alla tecnologia: abbandonando le pesanti strutture legacy costose e a elevato rischio di obsolescenza e dotandosi di strumenti tecnologici flessibili – optando per il cloud e per formule di noleggio della parte hardware. L’unica cosa da non fare, senza dubbio, è stare fermi in attesa che il cambiamento, come uno tsunami per cui c’è massima allerta, le travolga spazzandole al suolo.

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