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Il lavoro del futuro? Ha bisogno di spazi flessibili

di Laura Magna

Arriverà a Milano nel 2020, WeWork, con due spazi di coworking nuovi di zecca. Vale 122,3 miliardi di dollari – più o meno il Pil di Vancouver, Dublino o Austin, la WeWork economy, secondo un dato contenuto nell’Impact Report 2019 della stessa società, che controlla oltre un milione di metri quadri di spazi flessibili, ovvero circa un decimo del totale (totale che ammonta, secondo le stime di Crushman & Wakefiled, a oltre 11 milioni di metri quadri).

I numeri non sono tutti lusinghieri – come dimostra il documento che di recente la società ha presentato alla Sec in vista di quella che era stata annunciata la Ipo del 2019 e su cui però i riflettori sono puntanti oggi e invitano alla cautela. In quel documento la società dichiara un rosso in 50 miliardi di dollari, nonostante i 12500 dipendenti e gli oltre mezzo milione di membri . Quello che rileva, però, è che nel frattempo questa società e le sue follower hanno cambiato il modo di lavorare da remoto, non sono negli Usa.

Lo spazio non è più un limite, ma un abilitatore di risultati migliori. E uno strumento per realizzare la work-life balance. Da un lato, le corporate ripensano gli edifici come strutture flessibili che agevolino il lavoro in rete (la prima in Italia è stata Microsoft con esperimenti che datano al 2005), dall’altro sorgono spazi terzi che vengono usati in maniera personalizzata da professionisti freelancer e, sempre più, da imprenditori startupper con il proprio staff. Oggi si parla di spazi flessibili per indicare tutto ciò che non sia il classico building, spesso in periferia, preso in locazione dalla corporate che si occupa di arredarlo e cablarlo oltre che di manutenerlo. Più in dettaglio, si distingue il serviced office, un ufficio completamente attrezzato e gestito da un operatore specializzato che affitta stanze o piani con costi calcolati per desk; dal vero e proprio co-working, che indica uno spazio condiviso, in cui individui non necessariamente appartenenti alla stessa società, lavorano fianco a fianco pagando una fee mensile.

spazio di coworking

A presidiare questo nuovo mercato sono entrate in Italia negli ultimi anni alcune start up di successo – con un business meno aggressivo e per questo più sostenibile di WeWork. Tra le più note figurano Talent Garden e Copernico, peraltro molto diverse per offerta e modelli di business. Fondata nel 2011 dallo startupper Millennial Davide Dattoli, Talent Garden è diventata la più grande piattaforma fisica in Europa di networking e formazione per l’innovazione digitale, con 23 campus in 8 Paesi (Albania, Austria, Danimarca, Italia, Irlanda, Lituania, Romania, Spagna) e migliaia di talenti, tra startup, freelance, aziende e grandi società.

Non solo spazi di lavoro, sale riunioni, aule per corsi, laboratori e fablab, per altro accessibili a tutti (la fee per la formula Club è di 33 euro al mese, mentre una scrivania riservata con accesso illimitato costa 250 euro, fino al 900 euro richiesti per un ufficio privato in grado di ospitare fino a 20 persone), dal 2015 con Innovation School Talent garden la società si è aperta al settore della formazione: i programmi offerti includono Master Full Time per giovani e Master Part Time per professionisti che vogliono aggiornare le proprie competenze, ma anche Masterclass e programmi di Digital Transformation per aziende.

Copernico, invece, fondata dal ceo Pietro Martani, che viene dal mondo immobiliare, è una rete di luoghi di lavoro pensati nell'ottica dello smart working: gestisce attualmente 12 edifici pari a 62.000 mq, che ha riconvertito con design e arredi progettati e realizzati in-house. L'utilizzo dei suoi spazi può concretizzarsi in diverse formule: dalla membership all’affitto di postazioni lavoro pronte all’uso o di uffici privati che sono sempre personalizzati, flessibili e scalabili dimensionalmente. Le sedi più prestigiose sono a Milano la Blend Tower (3.900 mq, 50 aziende residenti e circa 330 utenti in piazza IV novembre), dove sono transitati i team di Amazon, LinkedIn, Booking.com; e il building di 15mila metri quadri in via Copernico completamente rinnovato nel 2015, dopo tre anni in cui era rimasto vuoto: oggi è il Main Hub dell’innovazione milanese, con oltre 1300 membri e 280 aziende che vi lavorano ogni giorno alimentando la community.

Copernico Milano coworking
Copernico Milano

Ma non solo Milano: le sedi sono anche a Varese, Bologna, Torino, Cagliari, Venezia, Roma. Come d’altronde anche Talent Garden ha sedi in città periferiche, tra cui Pisa, Pordenone, Padova, Cosenza. In effetti gli spazi di co-working sono sempre più richiesti su tutto il territorio nazionale. Tanto che, secondo la Survey annuale di Italia Coworking, oggi se ne contano 665, 1 coworking ogni 90.000 abitanti. Non solo: più di 1 spazio su 4 ha sede in un agglomerato al di sotto dei 50mila abitanti e la metà di questi opera in comuni al di sotto dei 20mila. E nel Sud e dalle Isole negli ultimi anni sono nati ben 134 spazi flessibili. Lo spazio di crescita è ancora enorme: anche perché secondo Idc, nel 2022, il 65% della forza lavoro europea (123 milioni di individui, 10 milioni in Italia) sarà composta da mobile. Secondo CBRE, l’interesse delle aziende italiane verso gli spazi condivisi aumenterà del 38% entro il 2020.

E non deve sorprendere: mentre si opera la transizione da un modello di lavoro basato sul controllo a uno che si fonda sul risultato, nascono soluzioni in grado di eliminare quello che è probabilmente l’unico vulnus del lavoro smart, ovvero l’isolamento. Il co-working risponde alla necessità di creare occasioni periodiche di incontro tra i dipendenti e migliora la produttività e i costi: secondo l’Osservatorio sullo smart working del Politecnico di Milano l’aumento di produttività è del 15% per lavoratore, mentre il tasso di assenteismo diminuisce del 20% e i costi di gestione degli spazi fisici del 30%. Insomma tutti i numeri puntano nella stessa direzione.

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