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L’innovazione? È mediterranea

di Laura Magna

L’innovazione europea? Rotola sempre più a Sud. Le startup del Vecchio Continente scelgono le loro capitali di elezione in Spagna, Portogallo, Italia. Ed è la storia dei Pigs che si riscattano, diventando ambienti dove fare impresa e investire sulle tecnologie disruptive è premiante, più che al Nord.

Il primo indizio di questo trend piuttosto nuovo è in due eventi, il South Summit di Madrid a inizio ottobre e il Web Summit di Lisbona, a inizio novembre, che raccolgono il Gotha di tutto ciò che di nuovo c’è da dire in termini di impresa e tecnologia, rispettivamente da otto e nove anni.

Eventi che, per un verso o per l’altro, testimoniano anche la lungimiranza di chi ha visto negli imprenditori la linfa per uscire dalla crisi del debito sovrano: era il 2012, un anno dopo dallo scoppio del bubbone che faceva male soprattutto ai Pigs appunto, quando Spain Startup insieme alla IE Business School fondò South Summit, quella che è oggi una piattaforma globale che funziona da anello di congiunzione tra investitori, startup e corporate. La casa di Web Summit invece non è sempre stata Lisbona, ma vi si è trasferito nel 2016, a sette anni dalla fondazione a Dublino, quando la città irlandese era diventata stretta. Nel 2018 il founder del più importante evento tecnologico europeo, Paddy Cosgrave, ha stretto un accordo con il Comune di Lisbona per permanere nella capitale portoghese almeno fino al 2028. E intanto, all’edizione 2019 hanno partecipato 70mila persone, 15 mila società e 1200 speaker provenienti da più di 160 paesi, 11 mila CEO in 21 conferenze per un indotto di circa 250 milioni di euro.

L’innovazione? È mediterranea
Lisbona

Londra, Berlino e Parigi? Presto potrebbero essere superate. E già nella Top 15 dei maggiori hub di startup in Europa, ovvero i centri dove nell’anno si sono registrate il maggior numero di start up, Barcellona e Madrid compaiono rispettivamente al quinto e al sesto posto. I governi locali sembrano esserne consapevoli, perché il trend lo stanno cavalcando. A Sud di Madrid, il barrio di Arganzuela è una delle 100 location scelte da Google per il suo programma di incubazione di startup, Google Campus. Nel quartiere sorge anche il Matadero, l’ex mattatoio della città trasformato in un complesso dedicato alla cultura e alla creatività, con al centro l’incubatore Factoria Cultural e la scuola di coding Ironhack. Quanto a Lisbona, nel 2018 è salita al quinto posto nell’Indice Startup City, che classifica le migliori città dove iniziare un’attività imprenditoriale secondo la Commissione europea.

Un altro report, lo Startup Europe Partnership, individua i fattori che stanno spingendo la crescita della città come hub dell’innovazione (a un ritmo doppio rispetto alla media europea). Risorse umane di elevata qualità (dei 100mila laureati che produce ogni anno il 53% è ingegnere o matematico) e a basso costo nel settore dell’Ict: uno sviluppatore junior portoghese costa 2,5 volte in mezzo rispetto a uno che si è formato in Germania o Svezia, un terzo di uno britannico e un quarto di uno svizzero; aiuta anche il mercato immobiliare ancora su livelli di prezzo competitivi: impiantare un ufficio a Berlino costa il 150% in più che a Lisbona, Stoccolma il 300% e Londra (da cui forse, visto come si sta sviluppando la vicenda Brexit, converrebbe scappare) il 600% in più.

Sul fronte del venture capital, la crescita è altresì apprezzabile. Nel 2018, secondo Invest Europe, l’Europa meridionale ha raccolto 5,6 miliardi di euro, in crescita sul 2017 (5,4 miliardi) e soprattutto rispetto ai 4,5 miliardi del 2017 e ai 3,7 miliardi del 2016. Aumenta anche il peso del Mediterraneo in Europa: che raccoglie il 12% del totale degli investimenti in VC, contro l’8% ottenuto dalla Scandinavia e il 13% dell’area Dach (Germania Austria e Svizzera). Certamente, la strada da fare è ancora lunga: l’ammontare degli investimenti in startup è stato di mezzo miliardo per 407 startup, contro i 400 milioni dei Nordics (in 261 aziende). Il che indica che la dimensione delle imprese, almeno in early stage, è più piccola per il Mediterraneo. Ma è importante sottolineare che, contemporaneamente, gli investimenti in scale up hanno toccato 1,9 miliardi, un valore simile a quello dei Dach e che non sfigura confrontato ai 3 miliardi di Regno Unito e Irlanda e di Francia e Benelux che svettano a 4,1 miliardi. In questo caso, il Mediterraneo ha finanziato per la crescita 159 aziende contro le 421 dell’area Dach e le oltre mille francesi: in media, le nostre scale up iniziato a essere di una size più simile a quella dell’Uk, che i suoi 3 miliardi li ha distribuiti a 372 aziende.

L’innovazione? È mediterranea
Madrid

Infine, anche dal punto di vista delle exit, nel 2017 il mezzogiorno d’Europa ha valorizzato 4,2 miliardi contro i 4,3 dei Nordics e i 5,1 dell’area che comprende Germania, Austria e Svizzera. Se si incrociano questi dati con quelli relativi al peso del VC sul PIL nazionale (che per Spagna e Italia è nell’ordine dello 0,00%) si capisce quanto potenziale inespresso sia ancora presente nell’area.

E l’Italia? Milano ha tutte le carte in regola per partecipare alla corsa. Sia perché il suo venture capital, a partire dal 2018, ha iniziato a crescere in maniera rilevante e si avvia al miliardo di euro di valore, dopo aver stazionato nell’ordine dei 130 milioni per almeno sei anni, e aver chiuso il 2018 a circa 480 milioni. Nei primi 9 mesi del 2019 gli investimenti sono ammontati a 592 milioni, come rileva StartupItalia! nel suo osservatorio periodico, distribuiti su 63 round. Meno deal e più sostanziosi, con round milionari come quello da 20 milioni di euro di BrumBrum, negozio online innovativo di auto usate e servizi connessi; l’operazione da 44 milioni di Talent Garden (la rete di coworking che fa anche formazione per nuove skill) e quella da 62 milioni della biotech Philogen. E ancora, Moneyfarm, comparatore di Etf online nel campo degli investimenti ha fatto un aumento di capitale di 40 milioni, con l‘ingresso di poste italiane; ma si segnalano anche i 13 milioni di Genenta Science, che sperimenta terapie su due tipi di tumori e il finanziamento da 61 milioni di dollari di Soldo, gruppo di epayment. Infine, Dovevivo.it, la più grande co-living company italiana, ha raccolto 22,5 milioni di euro grazie alla challenger bank illimity e 16 milioni di Freeda, rivista web focalizzata sulla valorizzazione della diversity.

Tutte storie che segnalano che anche a Milano e dintorni le startup hanno imparato a crescere. Due anni fa, non a caso, ha visto la luce in città il Milan Fintech District, l’hub dedicato alle aziende che mescolano finanza e tecnologia: in questo settore il capoluogo lombardo può diventare un riferimento, vista la sua vocazione finanziaria tradizionale. Ma l’ecosistema italiano interessa anche a chi, nel prossimo futuro, detterà legge nel mondo dell’innovazione: la Cina. A inizio 2018 la Tsinghua University di Pechino ha previsto l’insediamento del colosso cinese Tus Star (il più grande incubatore al mondo con oltre 5000 aziende di cui 30 quotate in Borsa) nel complesso Bovisa: sarà il suo punto di riferimento per fare innovazione in Europa. Insomma, siamo in corsa, con un po’ di fortuna e politiche finalizzate, potremo arrivare al traguardo.

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