ragazza alle prese con AI, interfaccia grafica futuristica utente

Perché l’AI cambierà le nostre vite (oltre che il lavoro e le aziende)

di Laura Magna

Si è quotata a Wall Street lo scorso 10 maggio al prezzo di 45 dollari per azione, che equivalgono a una valutazione di 75 miliardi di dollari, ovvero cinque volte il valore di Telecom e due volte quello di Unicredit. Parliamo di Uber Technologies, la seconda maggior Ipo tech dopo Facebook, approdata sul listino nel 2012. Della tiepida accoglienza a Wall Street si è parlato abbondantemente – accoglienza dovuta probabilmente al fatto che a fronte di un fatturato di 11,2 miliardi di dollari, il 2018 ha visto la società accumulare una perdita operativa di 1,8 miliardi: numeri tipici di una start up cash burning, nonostante una storia ormai decennale.

Ma quello che interessa ora sottolineare è il campo di azione di Uber: anche se in Italia è conosciuta soprattutto per le proteste dei tassisti, il suo valore aggiunto non sta certo nell’offrire macchine private per agevolare gli spostamenti in città, bensì nella capacità di gestire i dati. Una capacità che sarà sempre più cruciale.

L’89% delle aziende presenti nel 1995 nel Fortune 500, l’indice delle maggiori corporate al mondo, sono sparite. Nel 1955 la vita media di un’azienda nel Fortune 500 era di 75 anni, nel 2016 è scesa a 12 anni e la tendenza attuale è al di sotto dei dieci anni. Chi resiste è chi, come Uber, sa usare i dati.

Ed è l’intelligenza artificiale lo strumento che consente di ottenere questo vantaggio competitivo. Le forme più antiche di AI risalgono agli anni Novanta: si chiamavano sistemi esperti ed erano software in grado di leggere un set di dati ed elaborarlo producendo una risposta. Per funzionare utilizzavano una struttura a rete neurale, costruita sul modello del cervello umano. Le informazioni passavano da un nodo all’altro e a ogni passaggio venivano dotate di maggior significato. Alla fine del processo di apprendimento la macchina era in grado di prendere una decisione come un esperto umano.

Cloud computing con raining machine code - AI cloud

Questi primi esperimenti però erano viziati dalla insufficienza di sistemi di stoccaggio e capacità di calcolo dei tempi e di fatto erano poco più che un giochino da nerd. Oggi, computer in grado di compiere anche oltre 100 milioni di miliardi di calcoli al secondo hanno risolto il problema e reso possibili applicazioni ai confini dell’immaginazione. Chatbot che guidano nella scelta di un paio di scarpe o di un ristorante etnico; lavatrici che comunicano con la casa madre in vista di un guasto imminente per far sì che all’utente possa essere offerto un servizio di riparazione; co-progettazione e co-realizzazione di prodotti più svariati al limite della personalizzazione individuale.

Cobot che interagiscono con i lavoratori, liberandoli delle mansioni più ripetitive e alienanti – come avvitare lo stesso pezzo n volte per 8 ore al giorno alla catena di montaggio o archiviare centinaia di documenti su scaffali reali o virtuali. Diagnosi mediche rese accurate dall’analisi intelligente di milioni di documenti provenienti da ogni parte del mondo. Insomma una tecnologia dirompente che contribuisce a modificare il modo in cui le persone lavorano, consumano, vivono. E che diventa sempre più pervasiva: la ricerca sta spingendo verso la possibilità di inserire AI in dispositivi grandi come granelli di polvere, fuori dal cloud. Non è fantascienza ma una realtà già in mezzo a noi. Da cui non serve – anzi è dannoso - provare a scappare.

cobot co-robot robot concepito per interagire fisicamente con l'uomo in uno spazio di lavoro

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