vista aerea di un distretto industriale

Quando l’unione fa la forza. Perché le imprese dei distretti crescono più della media

di Laura Magna

Tra gli anni Ottanta e Novanta in Galizia, regione del nordovest della Spagna, se c’era un nome che riempiva le cronache era quello di Sito Miñanco, il contrabbandiere di sigarette che poi portò nell’area il narcotraffico colombiano.

Sottotraccia intanto, lavorava l’uomo il cui nome è oggi sinonimo di Galizia, Amancio Ortega, nato nella provincia di León, figlio di un dipendente delle ferrovie spagnole, e lavorante in un negozio di vestiti da quando aveva compiuto 14 anni.

Forse Amancio non è così famoso come il suo alter ego bandito: eppure la piccola bottega di sartoria che fondò nel 1963, la Confecciones GOA, lo portò 12 anni dopo ad aprire un negozio nel centro de La Coruña. L’insegna era quella di Zara. Oggi tutta l’economia locale si basa su Inditex, il gruppo che controlla la catena di abbigliamento Zara e altri marchi che nel frattempo di sono aggiunti (come Pull&Bear e Massimo Dutti). Amancio Ortega, che nel 2020 compirà 84enne, ha un patrimonio stimato in oltre 68 miliardi di euro ed è l’uomo di gran lunga più ricco della Spagna e il sesto al mondo secondo Forbes.

La Coruña, o meglio il centro industriale di Arteixo, è il cuore pulsante della sua azienda che vale più di 26 miliardi di euro di fatturato (nel 2018), impiega 174 mila persone nel mondo (10mila in Galizia e 50mila in Spagna). Ma se quella che dirige è ormai una multinazionale, Ortega ha scelto che la testa rimanesse in Galizia. Una scelta precisa mirata a far crescere la propria terra: il design degli stores in tutto il mondo (oltre 7mila in 202 Paesi) viene realizzato dal produttore di mobili Caamaño, un’altra impresa locale, Trison, fornisce le vetrine. Cresce in maniera progressiva tutto l’indotto, fatto di trasporti, ristorazione, ospitalità, persino il mercato immobiliare. Ortega, per dirla in altre parole, ha fatto la fortuna della sua terra.

insegna zara, logo zara, marchio zara

Così funzionano i distretti: intorno a una azienda di successo o a un gruppo di aziende si costruisce un ecosistema che di quel successo si nutre e vive, accrescendolo a sua volta. Un meccanismo che si arrampica su una struttura reticolare e fortemente identitaria grazie al radicamento su un territorio e che di fatto si autoalimenta. Sui distretti industriali si basa di fatto l’economia italiana: perché costituiscono circa un quarto del sistema produttivo italiano in termini di addetti e di unità produttive.

Il caso emblematico di distretto italiano è quello piemontese della meccanica, sorto intorno alla Fiat negli anni del boom economico. Altrove nel modenese, un distretto è cresciuto intorno alla produzione delle auto di lusso dalla Maserati alla Lamborghini, con la pletora di aziende di componentistica e stampi, ma anche di tessuti per i rivestimenti dei sedili. Ma sono notissimi anche il distretto orafo di Vicenza o quello calzaturiero del Brenta, tra Venezia e Padova. O ancora l’occhialeria di Belluno, la ceramica di Faenza, il mobile di Pesaro, il biomedicale di Mirandola. E il distretto della cantieristica nautica di La Spezia, il distretto della gomma di Varese, il cachemire di Perugia, il distretto della seta di Como. Il distretto conciario di Solofra, in Campania, e quelli della pasta di Gragnano e del pomodoro San Marzano.

oreficeria

L’elenco potrebbe continuare a lungo: quelli citati sono solo esempi. L’ultimo rapporto di Intesa Sanpaolo sull’economia dei distretti industriali italiani, giunto all’undicesima edizione, ne conta 156. Tutti i distretti sono riconducibili ai settori eccellenti del made in Italy, ovvero food, arredo, moda e meccanica.

Ma più che elencarli tutti, quello che rileva è che l’efficienza di questi microcosmi si basa su alcune loro caratteristiche intrinseche: la maggior vicinanza dei fornitori (100 km rispetto ai 118 di media, con valori minimi di 56 chilometri nei distretti orafi). Il radicamento sul territorio che favorisce la rapida diffusione di un know-how unico e crea occasioni di collaborazioni consolidate dando vita a filiere efficienti in cui le microimprese resistono anche in condizioni di crisi. Ma sembra che questo radicamento funzioni anche da volano alla capacità di innovare (così è per il 44% delle imprese del distretto) e di internazionalizzarsi (42%). Persino l’adozione di tecnologie 4.0 è favorita, visto che sono maggiormente diffuse nei distretti e soprattutto in quelli specializzati nella meccanica (38% contro 30%).

E sono, le imprese del distretto, più efficienti: il rapporto di Intesa Sanpaolo rileva che nei dieci anni tra il 2008 e il 2017 la crescita del fatturato per le aziende distrettuali sia stata superiore del 5% rispetto a quella delle aziende che non fanno parte di questi ecosistemi. La produttività del lavoro, infine, è di 56mila euro per ciascun addetto, il 10% in più rispetto agli addetti dello stesso settore in aree non distrettuali.

I distretti attraggono anche maggiori capitali esteri, come fenomeno più recente: il 43% degli ingressi è stato effettuato dopo il 2001, contro il 30% circa nelle aree non distrettuali. Un numero, quest’ultimo, molto importante. Perché dimostra che si tratta di realtà aperte e non chiuse in se stesse. Se così non fosse sarebbero destinate a implodere e invece, anche con la crisi, i numeri raccontano una storia diversa. Una storia di imprese che aumentano di valore, ma lo fanno con il cuore, perché non abbandonano il luogo che le ha viste nascere e spesso, alleandosi, conquistano il mondo.

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