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Smart Nation Italia: le norme pro-innovazione sono buone idee di difficile applicazione

di Laura Magna

Smart Nation Italia? Forse ci siamo. O forse no. Certamente, anche nella Legge di Bilancio 2020 sono previsti maggiori investimenti in start up e pmi innovative. E che l’innovazione sarà al centro delle prossime manovre lo dimostrano due fatti: il ritorno in scena del ministro per l’innovazione, Paola Pisano, la “signora dei droni”, docente di gestione dell’innovazione all’Università di Torino, vera esperta del settore e l’istituzione a partire dal prossimo primo gennaio del primo dipartimento per la trasformazione digitale che dipende direttamente da Palazzo Chigi.

Ma il vero problema sembra presentarsi quando dai proclami e persino dalle leggi, potenzialmente interessanti e molto corrette nelle intenzioni, si cerca di passare ai fatti. Lo dimostra la vicenda recente relativa ai PIR, i piani individuali di risparmio, portafogli focalizzati sull’economia reale italiana e che offrono agli investitori il vantaggio della completa esenzione fiscale. Un mercato completamente ingessato dalle avveniristiche norme pro-innovazione in vigore da inizio 2019, che prevedono un vincolo di investimento in Venture Capital (una classe di attivo del tutto diversa da quello delle azioni e delle obbligazioni e per cui le case prodotto che costruiscono i Pir non hanno le necessarie competenze). Così, prima ancora che l’innovazione prenda forma, si rischia di fare un passo indietro attraverso una proposta di legge ad hoc presentata (a fine ottobre) da Sestino Giacomoni, Vice Presidente della Commissione Finanze a Montecitorio che intende “cancellare o almeno sospendere” le nuove norme che “stanno di fatto danneggiando imprese e risparmiatori”.

Le norme pro-innovazione in vigore dal 2019 sono diverse. Per esempio, con il decreto pubblicato in Gazzetta il 5 agosto, ha visto la luce l’atteso Fondo Nazionale Innovazione, il veicolo Invitalia-CDP che dovrebbe fare da perno della politica industriale in chiave smart. Con una dotazione iniziale di 1 miliardo di euro e la cabina di regia della Cdp, il Fondo ha “l’obiettivo di riunire e moltiplicare risorse pubbliche e private dedicate al tema strategico dell’innovazione”, operando attraverso metodologie di Venture Capital, che il governo stesso definisce “lo strumento finanziario elettivo per investimenti diretti o indiretti allo scopo di acquisire minoranze qualificate del capitale di startup, scaleup e PMI innovative. Gli investimenti sono effettuati dai singoli Fondi del FNI in modo selettivo, in conformità con le migliori pratiche del settore, in funzione della capacità di generare impatto e valore sia per l’investimento sia per l’economia nazionale. La selettività, flessibilità e rapidità degli investimenti sono gli elementi che consentono al VC la natura di strumento chiave di mercato per lo sviluppo dell’innovazione”. Certamente, i passi successivi, per garantire ora una corretta implementazione sono regole certe (per non distribuire i fondi a pioggia ma per focalizzarli sui settori strategici) e l’istituzione di strumenti di monitoraggio.

Smart Nation Italia: le norme pro-innovazione sono buone idee di difficile applicazione

Altre misure sono, per esempio, il voucher per gli innovation manager, 75 milioni di euro in un triennio per sostenere i processi di trasformazione tecnologica e digitale delle PMI e delle reti d’impresa. L’incentivo è pari a 40.000 euro per le micro e piccole imprese nel limite del 50% della spesa; a 25.000 euro per le medie imprese nel limite del 30% della spesa; a 80.000 euro per le reti d’impresa nel limite del 50% delle spese sostenute. Ancora, sono stati estesi anche agli investitori in pmi innovative gli sgravi fiscali al 30% già in vigore per le startup. E sono state previste anche misure indirette di incentivo all’ecosistema, come quello per le aziende partecipate dallo Stato di investire un quota dei propri dividendi in Fondi di Venture Capital (per quanto depotenziato nell’ultima versione del Decreto Crescita, dove nell’ultimo periodo del comma 9-quater dell’articolo 29 si legge che la quota passa dal 15% a un massimo del 10%). E come il già citato obbligo per i PIR di investire il 3,5% della liquidità in fondi venture capital.

Vediamo più in dettaglio di cosa si tratta. I Pir sono strumenti di risparmio, istituiti a inizio 2017 e ispirati a un prodotto britannico che risponde al nome di Isa o Ifisa nella sua forma più aggiornata (con dentro il FinTech e investimenti alternativi). La particolarità di questi panieri è l’obbligo di contenere una quota di almeno il 70% in azioni o obbligazioni di imprese italiane o con stabile organizzazione in Italia, di cui almeno il 30% non quotate su Ftse/Mib. Chi li detiene per almeno cinque anni ha diritto per una somma pari a 30mila euro all’anno alla totale esenzione sul rendimento (pari al 26%). Ebbene, nei Pir 2.0 del 2019 è obbligatorio investire il 3,5% dell’ammontare complessivo su AIM (il listino semplificato di Borsa Italiana dedicato alle piccole e medie imprese) e un ulteriore 3,5% in quote o azioni di fondi per il Venture Capital o di fondi di fondi per il Venture Capital.

I nuovi vincoli, però, hanno finora impedito al mercato di partire, in quanto rendono complesso costruire un portafoglio performante che rispetti tutti i requisiti e, nel caso di portafogli non conformi, il rischio è la perdita dell’esenzione fiscale riservata agli investitori. Non è un caso dunque che molte case di affari abbiano sospeso la vendita dei vecchi Pir a inizio anno e che da quel momento a oggi lo strumento abbia segnato deflussi per un valore stimato di oltre mezzo miliardo, rispetto ai 15 miliardi di raccolta segnati nei primi due anni di vita.

In effetti, già attualmente, secondo i calcoli della società di consulenza IrTop, i PIR detengono il 25% del flottante delle società di AIM Italia e i nuovi requisiti limitano l’Universo investibile sul listino alternativo a 50 dei circa 120 nomi presenti. Sul fronte del Venture, la situazione è altrettanto complessa e alcune case di affari non riescono a essere compliant con la normativa perché non hanno le competenze per investire in strumenti non quotati e dunque hanno smesso di emettere nuovi PIR. Insomma, anche in questo caso, buone le intenzioni, difficile la traduzione in fatti.

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