stampante 3d futuristica, micro e nano tecnologie

Stampa 3D: ecco la tecnologia che rivoluziona l’industria

di Laura Magna

Li chiamano artigiani digitali, ma dietro il movimento dei maker c’è molto di più che una forma di arte resa possibile dalla tecnologia. C’è un concetto che sta alla base della stessa industria 4.0, dell’open innovation, dell’iperconnessione. E che questo nuovo paradigma dirompente sostiene e amplifica.

Quella dei maker è anche una religione, con la sua bibbia, la rivista Make e con i suoi riti, come la Maker Faire, la cui prossima edizione europea si svolgerà a Roma i prossimi 19 e 20 ottobre.

Ma, al di là dell’immagine romantica dell’orafo o del falegname che usa una stampante per realizzare manufatti dalle geometrie ardite, i maker delle origini sono provetti informatici, ingegneri, costruttori di robot. Che si sono ritagliati la propria nicchia dentro istituzioni come il Massachusetts Institute of Technology, smanettando con gli applicativi open source. Con queste competenze hanno dato vita alla prima macchina che consentisse loro di creare dopo aver costruito se stessa: si chiamava RepRap ed era un progetto dell’Università britannica di Bath, iniziato nel 2005. Mentre in un humus del tutto simile e negli stessi anni vedeva la luce Arduino, piattaforma hardware per la prototipazione veloce, il progetto di Massimo Banzi, uno dei pionieri del movimento dei maker italiani.

Dettaglio stampante 3D

Da questi eventi, se ne è fatta di strada. Tanta che tutti, oggi, a costi ridotti – anche meno di 2mila euro - possono stampare praticamente qualsiasi oggetto (da un componente meccanico, a un organo umano, a una bistecca artificiale) in qualsiasi materiale (plastica, gomma, acciaio, cioccolata!) e dare vita non solo a prototipi ma anche a vere e proprie produzioni, in piccola scala, di eccellente qualità, destinate al mercato finale. Con risparmi per le PMI nell’ordine di 100-200mila euro per singola lavorazione. E con la possibilità di ridurre le scorte in magazzino e gli scarti di lavorazione perché la manifattura diventa additiva, non è più sottrattiva. Si produce cioè per aggiunta di materiale strato su strato e non per erosione dello stesso da una forma standard. Una rivoluzione copernicana e un’occasione da non lasciarsi sfuggire per il nostro tessuto industriale fatto per il 99% da microimprese con meno di 2 milioni di euro di fatturato e scarsa capacità di fare capex.

Nel mondo, secondo la società di ricerca Idc la spesa globale in stampa 3D toccherà i 13,8 miliardi di dollari nel 2019, con un aumento del 21,2% sul 2018. E nel 2022 il valore sarà di 22,7 miliardi, che corrisponde a un incremento annuo del 19,1%. Il settore manifatturiero produce oltre la metà della spesa totale, seguito dalla sanità. Prototipi, parti di ricambio e componenti sono le applicazioni più diffuse (pesano per il 43%), ma a tendere le applicazioni mediche incalzeranno quelle industriali.

La spesa cresce a ritmi elevati nella sperimentazione di tessuti/organi ossa (42,9% all’anno) e denti (33,1%)

dice Lorenzo Veronesi, Research Manager di IDC Manufacturing Insights EMEA, che sottolinea perché questa tecnologia abbia il potenziale di cambiare profondamente interi settori industriali.

mascella inferiore uomo, creata su una stampante 3d da un materiale fotopolimerico

Spiega

Innanzitutto perché è flessibile. Con la stessa macchina posso stampare un numero infinito di tipologie di prodotti diversi. Inoltre, possono essere realizzati oggetti “impossibili”, sfruttando le caratteristiche intrinseche della tecnologia.

Ma non basta:

grazie all’interazione tra sistemi CAD, CAM; CAE e PLM, oggi è possibile disegnare un oggetto in forma digitale, programmando al contempo la sua stampa 3D e la sua eventuale rilavorazione tramite macchina CNC in un unico processo integrato. Inoltre, con cloud e blockchain sarà possibile scambiare e condividere in maniera sicura file digitali attraverso una comunità di utenti, dando vita a ecosistemi di stampanti 3D, a cui è possibile accedere su richiesta

ampliando alla platea delle PMI che sfruttano ancora solo in minima parte queste potenzialità (solo 3% ha in uso tecnologie 3D contro il 15% di tutte le imprese italiane, secondo Idc).

Negli ultimi anni sono nate diverse soluzioni made in Italy pensate proprio per le piccole e micro aziende domestiche. È il caso di Sharebot, creata nel 2013 da due maker brianzoli, Cristian Giussani e Andrea Redaelli e oggi principale produttore italiano di stampanti 3D, tra le prime dieci in Europa e al ventesimo posto nel mondo. La mission, fin da principio, è stata quella di modulare questa nuova promettente tecnologia per modernizzare i settori tessile e della meccanica che in quel territorio erano predominanti.

E per lo stesso target, le PMI italiane, nasce a metà 2018 il progetto del gruppo informatico Elmec: si chiama Elmec 3D ed è un laboratorio dotato di 9 stampanti, con ambienti dedicati alla progettazione, alla realizzazione e alle fasi di post-produzione dei pezzi. Il valore aggiunto di questa offerta sta nella formula agile, as a service, con cui viene venduta la stampa 3D. La componente di servizio è, come per Sharebot, molto importante. Così la responsabile di Elmec 3D Lab, Martina Ballerio

Molte aziende manifatturiere hanno almeno 5, 7, 10 produzioni da mille pezzi per cui è necessario costruire stampi in acciaio sostenendo grossi investimenti in perdita, ma necessari per conservare clienti cruciali. Traslarli su stampa 3D equivale a un risparmio nell’ordine di 100-200mila euro per ogni singolo stampo monouso.

Un’occasione di vera rinascita per le nostre piccole imprese.

3D revolution

Secondo Idc la spesa globale in stampa 3D toccherà i 22,7 miliardi di dollari nel 2022.

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