Rider che consegna in bici, gig economy

Trovati un lavoro! L’occupazione viaggia online (e non ci sono solo gli influencer)

di Laura Magna

Chiara Ferragni? È solo la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più ampio. No, non stiamo parlando delle influencer che, forse iniziando per gioco a pubblicare contenuti più o meno di qualità sul web, sono diventate dieci anni dopo le vere concorrenti di giornalisti e testimonial di moda. I nuovi lavori sorti intorno all’economia digitale sono diversi e sempre più diffusi. E non parliamo solo di mansioni del tutto nuove e in qualche modo prestigiose (lo youtuber o il programmatore di droni, per fare due esempi), ma anche di lavori tradizionali che Internet ha cambiato. I rider sono l’esempio forse più eclatante, anche per le polemiche sulle retribuzioni considerate non eque per i ragazzi che corrono in giro per le città, le maggiori 15 in Italia, per consegnare i vari Glovo, Deliveroo, Foodora, Just East. Il fattorino 2.0 è il fulcro di un mercato, il Food&Grocery online che il Politecnico di Milano stima in 1,6 miliardi di euro nel 2019 (+39%), trainato da Food delivery (+56% a 566 milioni di euro) e Grocery Alimentare (+45%).

Sono trentamila e guadagnano in media, secondo una recente inchiesta di Report, 1400 euro al mese. Non è un lavoretto, come spiega qualcuno, ma un lavoro vero che consente di mantenere una famiglia. Tanto che il piccolo esercito dei rider si è organizzato e spinge per ottenere maggiori tutele: è ancora in corso l’iter per la conversione in legge del decreto 101/2019 che vieta il cottimo e spinge per la contrattazione collettiva con paga minima e tutele previdenziali, oltre che previsioni in tema di salute e sicurezza (in California, il passaggio è già avvenuto).

consegna pacco lavorare nella logistica

Ma se i rider sono nell’occhio del ciclone ci sono mestieri legati al web che restano nel sottobosco e vengono snobbati, soprattutto in Italia e a torto, dai giovani che forse sognano ancora un ormai anacronistico posto fisso, magari pubblico. Basti pensare all’enorme indotto creato da AirBnb sull’ospitalità diffusa. Il portale ha dato agli italiani grandi proprietari di seconde case la possibilità di metterle a reddito in maniera più efficiente. Secondo l'Osservatorio del Mercato Immobiliare dell'Agenzia delle entrate, nel 2018 risultavano censite 75,5 milioni di unità immobiliari, di cui oltre 60milioni proprietà di persone fisiche. Con le quotazioni immobiliari che stentano a riprendere quota, la soluzione per molti è stata appunto quella di virare sugli affitti brevi, minimizzano il rischio di insolvenza e riducendo il periodo in cui l’appartamento rimane sfitto, garantendo quindi flessibilità, solvibilità degli inquilini e rendite superiori.

Ma perché il sistema funzioni sono richiesti addetti alla gestione, all’accoglienza, alla pulizia. Di questo indotto si occupa una startup come Sweetguest, nata a Milano nel marzo 2016 con l’obiettivo di aiutare i proprietari di immobili a massimizzare il potenziale della casa che vogliono affittare, dando loro la possibilità di guadagnare di più, e sollevandoli dagli impegni e pensieri legati alla gestione degli affitti in totale semplicità, sicurezza e flessibilità. Attraverso la piattaforma si ottimizza la visibilità e le prenotazioni su Airbnb e si può usufruire dei servizi operativi necessari per gli affitti: pulizie, servizio lavanderia, shooting fotografico degli spazi, check-in, gestione del rapporto e delle comunicazioni con gli ospiti. Dopo tre anni di attività, Sweetguest ha quattro sedi, a Milano, Firenze, Roma, e Venezia, oltre 1000 immobili gestiti, oltre 150.000 ospiti accolti tra Milano, Roma, Firenze, Venezia, Matera, Como, Torino, Versilia, Siena e altre località italiane, ottenendo un tasso di occupazione medio degli immobili dell’85%, generando oltre 17 milioni di euro di valore e un guadagno per i clienti doppio rispetto agli affitti tradizionali.

La Gig economy ha portato molti cambiamenti, tra cui la crisi della carta stampata e delle edicole. Che però oggi hanno una possibilità di riciclarsi, che deriva, quasi un paradosso logico, dalla stessa Gig economy che rischiava di cancellarle. Le edicole sono infatti il luogo ideale per diventare l’ultimo anello della catena del Click&Collect, la possibilità di comprare sul web e far recapitale la merce in un deposito fisico diverso dal proprio domicilio, sempre più deserto. Siamo in Italia ancora in una fase embrionale: solo il 34% dei negozi online offre questo servizio e per la maggior parte si tratta di catene fisiche che consentono di ritirare la merce presso una loro sede. Eppure il giro d’affari è considerevole, secondo i numeri di Statista: il fatturato del Click&Collect vale 11 miliardi in Francia (il mercato nazionale maggiore nel continente) e nel resto d’Europa quasi raddoppierà dagli attuali 26,7 miliardi a 45,1 miliardi nel 2023.

case in affitto airbnb

Una startup nata nel 2016 a Milano, IoRitiro, ha trovato il modo per convogliare in chiave italiana questo potenziale: inventando il modello della rete di punti di ritiro, che trasforma bar e negozi delle città nelle portinerie di ogni acquirente online, che potrà gestire in comodità il ritiro o la consegna di pacchi e buste. Oggi, la rete supera i 2.000 punti in Italia: si tratta di attività commerciali di ogni settore merceologico che come side business fanno da ufficio postale. Il guadagno potenziale per il punto vendita aderente: a oggi è molto variabile, ma l’average può arrivare fino a circa 1.000 euro al mese e a tendere potrebbe diventare un pillar dell’attività o addirittura sostituire il core business. Per le tante attività tradizionali del retail che perdono quota – ironicamente, perché non possono stare al passo con l’e-commerce – questa espansione è un’opportunità, che va colta al volo. In fretta: la stessa società prevede che nell’arco di 5 anni la rete di punti di ritiro sarà capillare.

Sono solo alcuni esempi a cui potremmo aggiungere quello degli autisti di Uber, o quello dei lavoratori dei centri logistici di Amazon. E sono la dimostrazione concreta che il lavoro umano non scomparirà per effetto dell’economia digitale ma che è già profondamente cambiato, indicandoci la strada da seguire. Che non è tentare di opporsi ma cavalcarlo, disegnando nuove e migliori condizioni per viverci dentro.

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