Massimo Banzi, fondatore di Arduino

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Tutto quello che si può fare con la stampa 3D: intervista a Massimo Banzi, fondatore di Arduino

di Laura Magna

La prima stampante 3D “democratica” di cui si abbia notizia fu sviluppata nel 2005 nell’Università britannica di Bath. Era in grado di produrre da sé i suoi stessi componenti ed era a buon mercato. Da quel momento stampare in tre dimensioni è diventato affare per tutti, ha smesso di essere appannaggio esclusivo di professionisti con budget di decine di milioni di euro

a raccontare questa parabola a My Business Lab è Massimo Banzi, fondatore di Arduino, la piattaforma hardware per il physical computing sviluppata a Ivrea negli stessi anni in cui nasceva RepRap. Abbiamo parlato con Banzi, uno dei pionieri italiani della stampa 3D della storia e delle possibili evoluzioni di questa tecnologia dirompente.

Partiamo dalla sua esperienza: cos’è Arduino?

Una scheda elettronica di piccole dimensioni con un microcontrollore e circuiteria di contorno, utile per creare rapidamente prototipi e per scopi hobbistici e didattici. In sostanza una cassetta degli attrezzi che ha consentito ai maker, gli smanettoni del fai da te, di costruirsi in casa la propria “fabbrica” in miniatura.

Microcontrollore Arduino uno

Il primo prodotto creato con la stampante è dunque stata la stampante stessa?

Possiamo dire così. Anche se le prime stampanti dei maker erano davvero sperimentali, fatte in legno, stavano insieme con lo scotch. Da quelle esperienze sono sorte poi start up che oggi producono macchine che costano meno di mille euro e stampano con una buona qualità. In poco più di dieci anni il mondo è cambiato: si stampa in plastica, ma anche con materiali diversi, a base di legno, carbonio, gomma, cioccolato. E sono sorti servizi on-demand per cui è possibile caricare anche online un disegno, scegliere il materiale e attendere che il prototipo ti venga inviato a casa. In una esasperazione della personalizzazione.

Queste evoluzioni hanno consentito anche le applicazioni industriali, inizialmente limitate alla sola prototipazione, di ampliarsi a dismisura.

Oggi con la stampa in tre dimensioni si fanno vere e proprie produzioni, nel design, nell’oreficeria, ma anche nella meccanica e nella componentistica auto e aerospaziale, nella medicina. Si producono anche sezioni ossee o organi umani e perfino bistecche sintetiche. In generale si tratta di un processo che si adatta perfettamente a produzioni in numeri non elevati, ma su mercati specifici, consentendo di abbattere i costi e nel contempo di avere una elevata personalizzazione.

immagine di macchina stampante 3d

Quando applicata all’industria la stampa 3D viene chiamata anche produzione additiva in contrasto con quella sottrattiva tipica dell’era che precede il 4.0.

Prima era necessario partire da un pezzo metallico da modellare, sottraendo via via il materiale. Oggi è possibile utilizzare polveri metalliche che vengono sollecitate con laser e stampare lo stesso pezzo per accumulo di strati sovrapposti. Si riducono gli scarti, si ottimizza il magazzino ed è possibile implementare modelli con personalizzazione pesante anche durante la fase di produzione. Un vero cambio di paradigma, che poi si adatta alla perfezione alla logica delle aziende italiane, spesso micro-imprese ad alta specializzazione con una leadership di super-nicchia. Insomma, la quadratura del cerchio.

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